Ozio, o negozio?

negoziare

E’ passato un po’ di tempo dall’ultimo post e devo dire che vi trovo benissimo!

Sono stati mesi dedicati alle aule, a nuovi progetti sulle Emozioni, alla partecipazione di Next Academy ad eventi sulla Sicurezza nel lavoro, cambiamenti nella vita personale importanti, come una convivenza agli esordi..tanto che mi son trovata proprio in questi giorni a riflettere sull’etimologia di una parola. (E torno a scomodare nonna, che tanto amava dedicarsi all’origine delle parole)

Negoziare.

I Latini fecero il negotium (nec-otium), cioè il non ozio, quindi attività, lavoro, occupazione. Il negozio, per tanto, nell’accezione di bottega è il luogo dove si lavora, si fanno affari.

In questi giorni sto facendo dei corsi base di comunicazione efficace e negoziazione, e mentre progetto le giornate per i partecipanti, rifletto su quali sono i punti chiave che possono emergere negli argomenti.

C’è da chiedersi:  in che modo la comunicazione e la negoziazione sono così legate?

L’una è strumento dell’altra, sono inseparabili.

Le parole che sceglierò, il tono, il modo di comunicare sono fondamentali per negoziare, così come il pensiero per il processo che attivo.

La teoria a cui si fa spesso riferimento è win- win, dove sai che qualcosa la perdono entrambi gli interlocutori, ma il grado di soddisfazione delle parti va in pareggio, si lascia quel campo di incontro con il senso di aver ottenuto ciò che maggiormente contava per noi. Entrambi vinciamo.

Ecco che il come si lasciano gli interlocutori è il metro con cui valuti se la negoziazione ha funzionato.

La negoziazione è un’atteggiamento mentale, prima che si sviluppi come competenza. Non sono solo tecniche da apprendere.

E’ la possibilità che diamo a noi stessi di dire:

sì, io vedo che c’è uno spazio di costruzione che va bene per tutte le parti in causa. Sì, io vedo che c’è la possibilità di costruirlo questo spazio. Voglio costruirlo e sfido la mia creatività.

E’ l’atteggiamento mentale di chi ha la volontà di farlo perché ne vede un vantaggio reciproco, ed è naturale, organico. Impegnativo, sfidante, ma non un peso.

Diventa un peso nel momento in cui una delle parti si oppone ad un processo creativo di soluzione.

Negoziare, in qualunque contesto, significa attivare l’ascolto, la comprensione delle esigenze altrui ed una capacità di vedere qualcosa che ancora non esiste.

Ci vuole disponibilità all’altro, o saremo barricati nella nostra convinzione, nel nostro bisogno.

Se non ci protendiamo al bisogno dell’altro, come possiamo aspettarci che l’altro si protenda a noi?

Ecco.

Una distinzione importante, emersa in aula in questi giorni.

Non si tratta di indagare l’altro, di andargli incontro, alla ricerca disperata di un compromesso, quanto di esplorare con l’altro gli scenari possibili per costruirne uno comune.

E tu come ti senti quando negozi? Cosa pensi? Che possibilità ti dai e dai all’altro?

Mettermi nelle tue scarpe?..ma se porti un 35..

prendersi cura

Empatia. Em-Pathos. Lo so, questo è l’anno della resilienza, come gli ultimi due sono stati dell’innovazione. Ma alla fine, l’Empatia è un evergreen e non me ne vorrete di questa riflessione. Anche perché ultimamente mi trovo davanti a scene in cui chi parla non legge, non com-prende, non sente ciò che prova il suo interlocutore. Dispatia? no di certo. Solo sconnessione, ipotizzo.

Mi spiego, partendo al solito dal significato della parola, tanto per non far spiacere a nonna, e per scoprire che Goleman è arrivato parecchi anni dopo.

ll termine empatia è stato coniato da Robert Vischer, studioso di arti figurative e di problematiche estetiche, alla fine dell’Ottocento, ove con empatia s’intende la capacità della fantasia umana di cogliere il valore simbolico della natura. Vischer concepì questo termine come capacità di sentir dentro e di con-sentire, ossia di percepire la natura esterna, come interna, appartenente al nostro stesso corpo. (wikipedia)

Nelle scienza umane, l’empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell’altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) ed ogni giudizio morale. Insomma, attenzione a non cadere nel rischio di vivere quello che vive l’altro!

Si hanno due aspetti da considerare in merito al tema. Uno di ascolto (inpunt) e l’altro di comunicazione (output).

Nel primo aspetto si parla di comprensione empatica, nella quale si richiedono un’attenzione ed una capacità di vivere la relazione con l’altro come se si fosse al suo posto, mantenendo tuttavia una consapevolezza vigile della distinzione, non soltanto per evitare esperienze di emozioni ‘fusionali’, ma anche per non lasciarsi coinvolgere (o addirittura travolgere) dai sentimenti che, pure, si desidera condividere. Un secondo aspetto dell’empatia è costituito dalla comunicazione empatica. Si tratta di una modalità comunicativa che esige una capacità costante di valutare il tipo d’interazione che si sta svolgendo, tenendo conto della globalità dei linguaggi (verbali e infra-verbali) e del grado di prossimità (o distanza) dall’intimità e sintonia.

Tradotto: quando parlo, sto monitorando tutto quello che accade in me, nell’altro e ne colgo i segnali emotivo-emozionali?

Prima di avere la capacità di sentire l’altro, e tutto quello che gli accade mentre ci parla, quando si comunica, potrebbe essere utile una capacità razionale basata sulla seguente domanda:.. “cosa potrebbe accadere nell’altro davanti a questa mia frase, o questa azione?

Non avremo sicuramente la certezza delle emozioni che possono scatenarsi (salvo non si possegga la palla di vetro..), ma come esercizio potrebbe essere utile per la relazione, per una comunicazione efficace in cui c’è un obiettivo di comprensione e la volontà di uno scambio, prendersi del tempo per valutare gli scenari che si aprono in noi e nell’altro.

A scapito della naturalezza, potrebbe pensare qualcuno. E se invece questo momento di riflessione in più significasse un interesse genuino per la relazione e prendersi cura di se stessi e dell’altro?

L’empatia dunque, si può coltivare? Insomma, empatico, lo  impari o.. lo nacqui?

Decidere, o non decidere?

downloadOgni attimo che viviamo sottende una decisione da prendere. Perché qualunque cosa ha un obiettivo da raggiungere e quello che ci potrebbe perplimere maggiormente è: come fare per raggiungerlo.

E così la decisione di una decisione.

L’etimologia della parola riporta a “risolvere, definire, tagliare via, mozzare”.

Ecco da dove venga tanta difficoltà a prendere una strada anziché un’altra. La percezione che abbiamo dei significati di scelta irrevocabile può far provare emozioni forti, tra cui forse la paura.

La paura di commettere un errore, di non soddisfare le aspettative altrui, di deludere, di non piacere, di non essere all’altezza, di non poter tornare indietro, di non voler responsabilità, di mostrarsi fallibili ed incoerenti, di perdere un pezzo dell’intero. Paura di rimanere con le spine,  e non con la rosa.

Eppure una decisione va presa, e lasciare passare del tempo non aiuta, anzi, a volte può solo rendere il nodo più stretto.

La decisione è la parte finale di una negoziazione?

Se decido prima ciò che ritengo migliore per me, ciò che credo funzioni, si apriranno una serie di scenari che avranno delle azioni da intraprendere, altre micro-decisioni. Per questo, le decisioni possono essere da un lato la parte finale di un processo negoziale, con se stessi o con altri, ed anche l’inizio di un processo diverso:

se impariamo a riconoscere e ricordare gli obiettivi sottesi, a scomporre in micro-azioni, potremo vivere le decisioni che ci spaventano da prendere con un’emozione diversa?

Anche non decidere è una decisione.

Quando (e quanto…) ci conviene lasciare che sia altro a decidere per noi?

 

 

Bugia o Verità?

la verità la bugiaSono una divoratrice di Serie tv, americane ed inglesi via streaming. In attesa che escano le migliori del 2014 ho ceduto al famoso Dottor House che mai mi aveva catturata per alcune immagini per stomaci forti.

E’ un po’ di tempo che penso anche di inserire le serie tv nelle mie riflessioni sulla comunicazione, sulle dinamiche di gruppo, di leadership, negoziazione, sul concetto di fiducia ed altro ancora. Ci sono spunti interessanti.

Il dottor House, ad esempio, ripete sempre una frase: Everybody lies– tutti gli uomini mentono.” 

E allora mi sono chiesta: comunicazione e bugie?

Se è vero che una delle abilità su cui si basa la comunicazione è quella di generare fiducia, intesa come giudizio basato su competenza, coerenza e sincerità, cosa accade quando nella comunicazione si immette una bugia?

Cosa è una bugia? Per chi mi segue da tempo, torno a citare nonna che avrebbe detto..: prendi il dizionario etimologico bimba..

Bugia: bauzia, in francesce: boise, ossia astuzia, Bausì: malvagità; Bauscia: falsità, inganno, cattiveria.

La bugia appare come uno strumento utile: è ciò che vorremmo fosse accaduto, ciò che vorremmo che fosse per gli altri che ci osservano, è la vergogna della verità, la paura di un altro giudizio, l’incapacità di gestire le conseguenze.. appare, la bugia, come il mezzo per ottenere una cosa che altrimenti crediamo non ci verrebbe concessa, o che ci salva la faccia.

A cosa serve?

A proteggere un segreto, a nasconderci dagli altri e a noi stessi, serve a farci scoprire, a farci lasciare e semplificare le cose, serve a farci ascoltare.

Quando diciamo una bugia?

Quando non siamo sicuri di noi stessi, della verità che abbiamo da offrire o pensiamo che non basti, quando non vogliamo mostrare il fianco pensando che questo possa renderci vulnerabili, o ci mostri per gli umani che siamo.

Esistono i colori delle bugie?

Le famose bugie bianche. Personalmente nella comunicazione non individuo colori per le bugie. Ci sono quelle vendute a fin di bene, e ..non certo per chi le ascolta. E allora cade la fiducia. E’ ciò che si racconta chi le racconta. Pensa che l’interlocutore non sia in grado di reggere la verità. Ma chi le dice, è in grado di dirla e gestire le conseguenze? Cosa spinge a preferire di gestire le conseguenze di una bugia, piuttosto che quelle della verità? E quali altre conseguenze si generano nella relazione, sia essa professionale che personale, con una bugia?

Se si è così bravi a credere che chi ascolta non regge la verità, come si sentirà quando scoprirà la bugia?

Per evitarle, potremmo sempre provare a dire..: la reggi la verità? Perché io ora non sono in grado di dirla..

Ego Sum..Ergo Stress?

come il mondo non sono io...Mi è capitato di recente di avere vicino persone che non erano singole. Viaggiavano in coppia.

Loro, ed il loro Ego.

Un Ego con una forma più grande della propria ombra, più in carne, più famelico, più bisognoso.

Un Ego ingombrante, dove non c’è spazio per le cose che accadono agli altri, nessun interesse, blanda empatia che si accende solo se si parla di loro. Se gli si dà un resto, un’attenzione.

Se si accarezza il loro Ego c’è possibilità di avere un argomento di conversazione. In caso contrario, non esiste la relazione da costruire. Non esiste lo scambio.

Mi son chiesta chi tiene al guinzaglio chi.

E la consapevolezza di un proprio Ego smodato non aiuta, anzi, alcuni si sentono galvanizzati da questo Essere Grandi.  Ed in due.

Cosa li porta a girare sempre in due? Che sia la paura di essere scoperti da soli? Che sia l’insicurezza di non farcela? O il bisogno di dimostrare che loro, comunque, sanno.

Se sospendiamo il giudizio e ci diamo l’opportunità di capire (e capirci), quale è il bisogno sotteso?

Mi rimbomba una parola. Riconoscimento.

Chi ostenta l’Ego perché Riconosciuto, se ne fa forte, non si sente solo. O teme lo sgamo.

Chi non mostra Ego, e vorrebbe senza però ottenerlo, se ne ammala. Non se lo auto-concede. Perché alla fine un feedback per l’impegno oltre che per il risultato, lo si vuole.

In entrambi i casi l’Ego, può causare Stress. E’ il primo a ferirsi in una conversazione. E’ l’ultimo a guarire se perso di vista.

Questo compagno, questo Ego, come è vissuto da chi deve continuamente promuoverlo? Che livelli di Stress può portare sia per chi lo vive che per chi lo subisce?

Che emozioni genera? Che stati d’animo lascia?

Che significa e che peso ha per noi il ritorno di Riconoscimento?

In cosa lo vorremmo vedere concretizzato perché si possa smettere di girare in coppia aprendoci anche agli altrui Ego

Errare è umano. Perseverare.. è eccellente!

gli errori fattiSbagliare è umano. Perseverare, pure.

Rendiamolo Eccellente!

Ognuno fa i suoi errori. A volte li copia anche! Personalmente cerco di farne sempre di diversi. Tanto da tenermi allenata.

Errore.    “Prendi il dizionario etimologico, bimba”, avrebbe detto mia nonna, seduti a tavola, quando avevo solo 6 anni.

Dal latino error, derivazione di errare ossia vagare, sbagliare (fonte Treccani); in origine aveva il significato di sviamento ma derivato dal verbo erro=vagare, , quindi col valore di deviazione dalla giusta via (error viarum). In latino, quindi error significava anche viaggio ed in italiano l’uso arcaico del termine aveva il significato di viaggio o di pellegrinaggio.

Ho commesso alcuni errori nel 2013. Di sopravvalutazione, di sottovalutazione, di non considerazione, di fiducia, di analisi e di tutela. In eccesso e in difetto. Personale ed altrui. Errori utilissimi che mi hanno salvata da altri errori più grandi e di più faticoso discioglimento. Errori che se non commessi prima, li avrei pagati e scontati poi. E l’errar.. sarebbe stato vano. Forse avrei raggiunto la mèta, ma mi sarebbe andato di traverso il Viaggio.

Cosa significa per le persone sbagliare? A volte sembra così irrimediabile. Ci sembra un fallimento su tutta la linea, senza pensare che invece gli errori sono quelli che più ci aiutano, ci mostrano la strada permettendoci di salvare alcuni passi fatti, e cambiando quelli storti.

Se mi rifaccio al concetto di Errar, di Viaggio, allora la percezione che diamo allo sbaglio, cambia completamente.

Immaginiamo se iniziassimo dalla scuola a fare i complimenti per degli errori eccellenti! Dagli errori si comprendono i processi, i percorsi che si scelgono. L’errore allena la mente, l’esercizio, la pratica, la determinazione, l’apertura mentale, la capacità di guardare le cose con altri occhi e possibilità.   

Ormai gennaio è quasi finito, ma mi piace pensare a questo nuovo anno, non con una lista di buoni propositi, ma di un errar ancora intenso e vario, perché se è vero che sbagliando si impara, è anche vero che facendo ed imparando, si sbaglia.

Post leggero.. da rientro.

il rientro..Il rientro può essere traumatico. Potrebbe rivelarsi come un gigantesco lunedì.

Per altri invece, tornare potrebbe essere una soluzione, perché senza fare niente non ci sanno proprio stare.

Tanto che hanno faticato a staccare le mani dai vari oggettini tecnologici, soffrendo forse la sindorme dell’abbandono, data l’assenza degli altri: ossia di tutti coloro che ne hanno approfittato per disintossicarsi.

Punti di vista, occasioni diverse.

Ho sempre pensato che settembre valesse come il vero capodanno. 

E’ a settembre che si fanno i bilanci dei mesi appena passati, si aggiusta la mira per il futuro e si pianificano i prossimi 8 mesi progettando e continuando a strutturare ciò che è avviato. (che settembre sia il capodanno professionale?)

Per quanto mi riguarda ho staccato la spina, mi sono data nuove regole tra cui l’attività fisica e l’alimentazione sana. Ho sistemato il fuori, per avere ordine dentro. (credo sia un classico femminile..)

Voi come vi sentite? Da dove prendete la carica?

Un libro, un luogo, un brano musicale che volete lasciare come commento che credete valga la pena di essere vissuto e condiviso?

C’è una regola che vi siete dati e una che avete deciso di abbandonare? 

Formazione sulla Sicurezza.. on-line?

diavoloHo appena ricevuto un invito via mail a provarla. Di solito sperimento per capire, conoscere, scoprire e cogliere gli aspetti utili, siano positivi da divulgare, siano negativi da evitare per il mio lavoro.

Non me ne vogliate, magari mi sbaglio. Esplorerò, anche se stavolta sarà dura per me eliminare le credenze che si annidano sul tema e-learning e sicurezza.

La Sicurezza non è un pezzo di carta. Non è il risparmio su un corso che ci è dato obbligatorio  e che con l’attestato e 4 ore siamo tutti salvi. Forse salvi dalle sanzioni. Ce lo facciamo bastare?

La crisi non deve essere un paravento per meno investire sull’incolumità fisica e psicologica di chi lavora. Ci si deve rendere responsabili di chi lavora e che a casa ha famiglia. E per chi dà il lavoro, tutelarsi è una questione morale, prima che etica. Il datore di lavoro è un lavoratore a sua volta e non tutela solo il dipendente. Ma se stesso essendo colui che risponde di eventuali incidenti.

Risparmiare sulla Sicurezza significa alimentare la crisi, mettere in condizioni mentali precarie chi il lavoro lo svolge e deve mantenere alta l’attenzione.

Se si parla di e-learning posso pensare di utilizzarlo come test di refresh tra un’aula ed un’altra. Ma se ci affidiamo ad esso completamente e lo utilizziamo come unico strumento, significa non prendere in considerazione seriamente la propria e l’altrui Sicurezza. Vitale, prima che Civile e Penale.

Sia che siamo Datori di Lavoro, sia che siamo Lavoratori.

Sono certa che esistano dei software capaci di sviluppare domande, esercitazioni, test efficaci per la veicolazione dei contenuti: il quesito che mi pongo e la riflessione che invito a fare a chi acquista solo e-learning è: come si agisce sul comportamento? Come si fa a sperimentare un’azione se siamo seduti davanti ad un pc? Come possiamo acquisire la consapevolezza del non fare Sicurezza?

Immaginare di fare, in campo della Sicurezza, del Primo Soccorso, dell’Antincendio,.. non è la stessa cosa che fare. La Conoscenza ha bisogno dell’Esperienza perché diventi utile.

Risparmiare sulla Sicurezza delle Persone ha costi ben più gravi di una sanzione.

Che ne pensate voi?

Se lo spazio intorno è stretto.. puoi girare almeno su te stesso?

la realtà mi è ostile

Quando le cose stavano andando davvero molto male, è stato allora che hanno iniziato ad andare davvero molto bene.

Questo è quello che mi sono portata a casa da una delle ultime aule.

Il corso tuonava il titolo “Organizzazione Innovativa”. Ora, diciamolo: la parola innovazione va via come il pane al sabato mattina, soprattutto se tanto si strilla alla crisi.

Dopo quasi 90 minuti una partecipante alza la mano e..: “Se posso essere onesta,…”

(Ecco. Questo è il momento in cui il formatore sa  che dall’aula stanno per sganciare la bomba. Anzi. Te la stanno tirando addosso con una discreta mira ..)

Certo.. ti prego.. sii pure onesta.. (e l’immagine di me a croce dilaniata trivellata da colpi sotto forma di parole si stava facendo largo tra la mente..)

“Questo corso a noi non serve. Ho difficoltà a pensare in cosa mi posso organizzare. Non ho spazio per farlo. Lo hanno messo in programma.. ma io a lavoro ho un planning da rispettare e delle regole con procedure ferree. Quindi eseguo.”

Sorrido. Respiro. (3 volte perché una era troppo poco.) La Formazione obbligatoria, non lascia ampi margini.

“Ottimo. Ti ringrazio.  Io non salvo il mondo, ma voi, come operatori sociosanitari sì, una mano gliela date. Quindi: di cosa avete bisogno ora e di diverso da quanto dichiarato all’inizio?”

Il target di riferimento non ricopriva ruoli organizzativi.  Per lo più infermieri in trincea, prima linea di emergenze e malati terminali.

Da chiedersi: come si vive il proprio lavoro stando sempre col pensiero “cosa sta per accadere?”

Chi vive con le emergenze è in uno stato di allerta continuo. Quello è il suo stato naturale. Come se quella fosse la propria zona di confort. Se gli si chiede di organizzarsi i fazzoletti di tempo che hanno a disposizione, non risulta un’attività possibile. E men che meno lo appare innovarsi.

Ero consapevole dell’impegno, quasi  come una vocazione, con cui queste persone scelgono il loro lavoro. E contemporaneamente non conoscevo tutte le procedure e le dinamiche interne. La soluzione non era dare loro soluzioni. Ma aprire la mente perché tornassero a cercarne altre da quelle fino ad oggi adottate. Che si attivassero, non di più, non meglio.. ma diversamente!

Da facilitatore questo è un piatto ricco che apre molte opportunità di riflessione.

Innovare sembra la risposta indispensabile. E per innovare in questo caso si intende la capacità di impiegare in modo diverso dall’attuale ciò che già si ha. Oppure indagare se qualcosa possa essere cambiato, senza dare per scontato che nulla c’è da fare, nascondendosi dietro ai.. “purtroppo…”, e dietro alle regole, ai vincoli, alle procedure, che di fatto non sono solo limiti. Sono anche tutele che ci salvano dal commettere errori.

Dopo circa un’ora di ascolto e riflessioni condivise nell’aula, qualcosa è cambiato. Si sono attivati collaborando nelle attività proposte. Infatti è emerso proprio da chi aveva sollevato il dubbio di impossibilità dell’innovazione organizzativa, che spazi di organizzazione ne hanno. Si è lavorato su quelli e sulla credenza del credere di non poter far nulla per cambiare le cose che non funzionano. Si è riflettuto sull’utilità del condividere un problema, rendendosi poi parte del problema stesso e della soluzione. Hanno individuato la relazione coi colleghi, la collaborazione e l’inserimento di nuove regole interne che supportassero il proprio lavoro. 

Cosa decidiamo di fare quando sappiamo di avere vincoli, regole e lo spazio di una mattonella con dei paletti stretti fino al viso?… possiamo muovere gli occhi?… abbiamo mai pensato, senza infrangere le regole, di poter girare almeno su noi stessi…?