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Ego Sum..Ergo Stress?

come il mondo non sono io...Mi è capitato di recente di avere vicino persone che non erano singole. Viaggiavano in coppia.

Loro, ed il loro Ego.

Un Ego con una forma più grande della propria ombra, più in carne, più famelico, più bisognoso.

Un Ego ingombrante, dove non c’è spazio per le cose che accadono agli altri, nessun interesse, blanda empatia che si accende solo se si parla di loro. Se gli si dà un resto, un’attenzione.

Se si accarezza il loro Ego c’è possibilità di avere un argomento di conversazione. In caso contrario, non esiste la relazione da costruire. Non esiste lo scambio.

Mi son chiesta chi tiene al guinzaglio chi.

E la consapevolezza di un proprio Ego smodato non aiuta, anzi, alcuni si sentono galvanizzati da questo Essere Grandi.  Ed in due.

Cosa li porta a girare sempre in due? Che sia la paura di essere scoperti da soli? Che sia l’insicurezza di non farcela? O il bisogno di dimostrare che loro, comunque, sanno.

Se sospendiamo il giudizio e ci diamo l’opportunità di capire (e capirci), quale è il bisogno sotteso?

Mi rimbomba una parola. Riconoscimento.

Chi ostenta l’Ego perché Riconosciuto, se ne fa forte, non si sente solo. O teme lo sgamo.

Chi non mostra Ego, e vorrebbe senza però ottenerlo, se ne ammala. Non se lo auto-concede. Perché alla fine un feedback per l’impegno oltre che per il risultato, lo si vuole.

In entrambi i casi l’Ego, può causare Stress. E’ il primo a ferirsi in una conversazione. E’ l’ultimo a guarire se perso di vista.

Questo compagno, questo Ego, come è vissuto da chi deve continuamente promuoverlo? Che livelli di Stress può portare sia per chi lo vive che per chi lo subisce?

Che emozioni genera? Che stati d’animo lascia?

Che significa e che peso ha per noi il ritorno di Riconoscimento?

In cosa lo vorremmo vedere concretizzato perché si possa smettere di girare in coppia aprendoci anche agli altrui Ego

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Il Ciclo di Cambiamento del Comportamento

Mi hanno detto che non si può cambiare..

“Se nasci ciuccio, non muori cavallo!”

“Se nasci cubo, non diventi palla!”

“Le persone non possono cambiare”

Molto spesso quando vado in aula ascolto queste frasi non appena si accenna alla possibilità di prendere in considerazione la possibilità di attivare comportamenti diversi da quelli abituali, che nel quotidiano non sono sempre efficaci e funzionali per noi. E noi continuiamo a reiterarli. Sia che ne siamo consapevoli, sia che non lo siamo.

Eppure, dall’istante in cui siamo venuti al mondo non abbiamo fatto altro che cambiare. E non mi convince la risposta di chi esclama.. “ma stavamo crescendo!” perché questo mi farebbe pensare che ad un certo punto si smette di crescere. Ed apprendere. E, personalmente, non lo credo possibile. Per tutte le volte che siamo diventati padri, madri, zie, fidanzati, professionisti, esecutivi, responsabili, dirigenti, piloti, cuochi, pittori, musicisti.. abbiamo operato un cambiamento nei nostri comportamenti, attivando un cambiamento nei nostri modi di fare e questo ha infine cambiato il nostro modo di essere. Abbiamo fatto cose che non sapevamo fare, imparando a farle.

Sappiamo che la zona di comfort è quella zona in cui siamo sereni, al sicuro e dove agiamo ormai senza pensare. Ci siamo dentro, per esempio, quando guidiamo facendo molte azioni in contemporanea. Significa che tutte le nostre azioni sono automatismi, che non hanno più spazio per nuovi apprendimenti.

Ecco perché diciamo che fuori dalla zona di Comfort si apprende. Perché esploriamo che ci sono cose che non sapevamo di saper fare e ci alleniamo ad impararle, ponendo attenzione a non lasciarci andare in automatico.

Quindi, legato al concetto di Cambiamento e di Comfort, ecco che troviamo quello di Vulnerabilità. Ammettiamo a noi stessi (e ad altri) di non sapere. E quindi diamo spazio all’Apprendimento. E’ un circolo virtuoso che possiamo scegliere di intraprendere.

Mentre ero in aula, ho avuto il mio insight creando il circolo di cambiamento di comportamento grazie ad un partecipante che esclama: “..se faccio una cosa che non mi appartiene, perdo in naturalezza!”

Esempio: ho un obiettivo di accoglienza. Chiedo un feedback ad un collega che mi riporta il mio stare in aula a braccia conserte davanti ai partecipanti. Lo faccio in automatico, anche fuori dall’aula, quando sono stanca. Acquisisco consapevolezza della mia azione e faccio una dichiarazione di vulnerabilità, dichiarando di non saperlo e di aver bisogno di fare un nuovo apprendimento. Creo un nuovo micro obiettivo: la necessità di fare un cambiamento nell’azione per essere coerente all’obiettivo macro di accoglienza. L’azione che sceglierò di apprendere e fare sarà il mio nuovo allenamento da innescare.

Dunque, per annullare l’automatismo presidio me stessa con l’attenzione. Chiedo al mio buddy (collega/amico) di contare quante volte lo faccio in una giornata di aula. Fisso nel tempo l’obiettivo di cambiamento di questo automatismo, portandolo al massimo di 1 volta sulle 5 volte rilevate oggi.

Infine, grazie all’attenzione, mi attiverò per sostituire all’automatismo con l’azione, ad esempio, di appoggiarmi alla scrivana senza chiudere le braccia.

Inizialmente questo non mi verrà naturale. Sarò rigida, non autentica, non spontanea. Devo dare il tempo a questo apprendimento/ cambiamento di entrare a regime e lo faccio perché io scelgo un’azione che mi aiuta a raggiungere i miei obiettivi.

Scelgo perché questo mi permette di essere coerente tra ciò che dico e ciò che faccio. Dentro e fuori dall’aula.

E’ vero. Un ciuccio non muore cavallo. Ma può sempre trasportare cose e persone come un cavallo.  Un cubo non diventa palla. Ma può sempre rotolare.

E noi, cosa scegliamo di cambiare oggi?

Di seguito il ciclo di cambiamento di comportamento. Che ne pensate?