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Farò tutto quello che (non) mi va di fare..

La scelta liberaCredo di aver iniziato almeno 10 post per oggi, e averli cestinati tutti.

Ormai sono le 3 del mattino e la scelta è tra abbandonare l’impegno preso del post al lunedì, oppure se mantenere fede con costanza e coerenza, nonostante ancora gli strascichi dell’influenza e la stanchezza.

E nonostante la voce del dialogo interiore che mi chiede.. ” ma devi avere qualcosa da dire per forza?”

No.

Ed è grazie a questo non pensiero che mi viene un pensiero. E allora, spontaneamente sto scrivendo quello che sento calzante, anche nell’arrivo delle feste.

Siamo sicuri che stiamo facendo tutto quello che ci va di fare?

Se qualcuno ora prova a dire che è perchè è Natale, mi chiedo.. e nel resto dell’anno..?

 

 

 

 

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Sogno o .. Visiono? (parte seconda)

Davvero avete pensato che vi avrei lasciato dal lunedì mattina al prossimo con un pugno di domande?

Il Sogno è una cosa astratta, come una fantasticheria, a cui spesso diciamo..

lasciami sognare in grande! e poi. .non mi costa nulla!

Ecco qui che mi arrivano le differenze con la Visione di un progetto, di un lavoro, di un cambio vita.

La Visione ha un costo.. e la domanda da porsi è:

Sono disposto a pagarlo?

Cosa voglio impegnare ed in che cosa mi voglio impegnare? 

Se siamo capaci di sognare in grande, cosa ci impedisce di Visionare in modo altrettanto grande?

La paura del non riuscire, di sbagliare se non peggio qualcuno penso di fallire senza ritorno, di non essere all’altezza,di deluderci e deludere, di non poter tornare indietro (?).. a quella situazione che però oggi non ci fa stare bene.

Allora, la Visione è come un elastico. Quanto più vi tira, tanto più sarete propositivi e impegnati nel volerla realizzare. Quanto più guardate questo vostro film con gioia, quanto più non vi resta altro che organizzare ogni singolo fotogramma.

Siete disposti ad impegnarvi?

Da te mi aspettavo altro!

“Da te mi aspettavo altro! “

“Non me lo sarei mai aspettato! Mi devi delle spiegazioni e delle scuse”

In questa settimana molte delle persone con cui ho parlato, che ho incontrato per delle sessioni di coaching, amiche ed amici che si raccontavano in situazioni personali, hanno tirato fuori frasi simili, dove il concetto di aspettarsi qualcosa da altri sembrava un tormentone. E con che grinta poi volavano le rimostranze!

Cosa significa aspettarsi qualcosa da qualcuno per te?

Che succederebbe se io ora interrompessi qui il mio post, con la domanda appena rivolta a voi? Forse, rimarrebbe un post monco per sempre.

Potrei interromperlo, generando in me l’aspettativa che qualcuno mi risponda, partecipi, interagisca, mi supporti nella mia avventura di blog. Potrei dare per scontato che almeno gli amici potrebbero, dovrebbero far qualcosa. Dopo qualche ora di silenzio che soluzioni si aprono per me? Tacere e covare emozioni varie, oppure potrei rivalermi su di loro e riprenderli per il mancato aiuto. “Con quanto ti coinvolgo e mi impegno a scrivere, mi aspettavo che mi considerassi almeno tu!”

Non vi suona strano? Cosa c’è che non funziona in questa frase?

Che mi potrebbero rispondere, legittimamente? Al posto loro, che direste?

Che emozioni mi genera un’aspettativa disattesa?

A che cosa mi serve riflettere sul concetto di aspettarsi qualcosa da qualcuno?

Che vantaggi mi porta avere un’aspettativa?

Che cosa farò di diverso la prossima volta per evitare un’aspettativa disattesa? 

Nella vignetta c’è la soluzione: che ne pensate?

Nei panni dell’altro,no grazie..

Nei panni dell’altro? Che fatica, no grazie!

In questa settimana mi sono capitate esperienze in cui ho riflettuto sul concreto supporto che dà il mettersi nei panni dell’altro, nel disciogliere un problema con qualcuno o cambiare una situazione conflittuale. Sia professionale che di relazione. (Consapevoli che la relazione c’è sempre e comunque. Non se ne scappa)

In aula, o durante delle sessioni di coaching, con amici, con parenti mi tornava in mente spesso una frase che mi era stata detta tempo fa..: “nei panni dell’altro no grazie. Già mi ha fatto un torto, ci manca solo che lo giustifichi o lo comprenda!”

Che differenza c’è tra giustificare e comprendere?

A che ti serve comprendere?

Che vantaggio hai a non comprendere?

Alla fine, se è vero che il principio di causa-effetto significa che ad ogni azione c’è una reazione, significa che se quella persona ti ha fatto un torto, tu potresti domandarti anche..:

Cosa posso aver fatto io perché la persona re-agisse così?

Il che non significa giustificare. Significa comprendere e rendersi conto che un errore nei fatti, nelle azioni, nei comportamenti scelti e nella comunicazione c’è stato e forse non è solo da una parte. Significa andare a capire quale è la nostra responsabilità e verificare se potevamo fare qualcosa di diverso.

Per non lasciar sospesa questa comprensione, possiamo andare a parlare con la persona e non (solo) per recriminare con una lamentela fine a se stessa del torto subito, quanto per dimostrare che si è stati capaci di analizzare le responsabilità delle parti, con un obiettivo di risoluzione chiaro che ristabilisca un equilibrio.

Significa capire, per scoprire e conoscere quello che oggi crediamo  di sapere dandolo per scontato, sulla base di nostre interpretazioni del comportamento altrui. (Un po’ come quando diamo “un tono” alle mail che leggiamo, perché crediamo di ascoltare la persona mentre scrive.. )

Cambiare punto di vista, mettersi nei panni dell’altro significa sentire quello che l’altro prova e come lo prova. Significa chiedersi ancora..:

Che tipo di relazione voglio con questa persona?

Ha fatto ciò che ha fatto di proposito?

Sa cosa provo io e so cosa prova? Quali responsabilità ho avuto io? E le sue: conosce le conseguenze del suo fare? Cosa possiamo fare oggi per tornare ad una situazione di parità?

Non interessarsi degli altri e del loro fare e sentire anche quando crediamo di essere completamente vittime di un torto significa trincerarsi senza alcuna volontà di far evolvere la situazione verso il discioglimento, significa limitare se stessi e non concedersi la possibilità di scoprire quanto la stessa esperienza sia stata vissuta diversamente da entrambi.

Il supporto concreto del mettersi nei panni dell’altro è dato per me dall’opportunità di chiedere scusa per qualcosa che, magari, abbiamo provocato noi per primi senza volerlo, e ricevere dall’altro delle scuse consapevoli con un impegno a ristabilire una condizione di parità.

Cosa non vi torna di quanto avete letto e che può spingere oltre la riflessione?