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“La risposta è dentro di te… e (non) è sbagliata”

dentro di me

Se ho fame, mangio. Se ho sonno, dormo. Se ho sete, bevo.

Siamo fatti di bisogni, esigenze, necessità, urgenze. E aspettative.

Ma è nato prima il bisogno o l’aspettativa? 

Aspetto qualcosa da una persona o da una situazione e successivamente voglio soddisfare un bisogno, o ho un bisogno precedente da soddisfare e quindi mi si genera l’aspettativa? Per me, la seconda che ho detto.

In questi giorni sto ripetendo un corso che parla delle esigenze nascoste del cliente, ma non solo. Anche dei Manager e dei loro Team. Si parla di “scatola nera”, intendendo quel luogo nascosto dentro ognuno di noi in cui sono custoditi i bisogni autentici.

Ho chiesto in aula a che fine non si dichiara ciò di cui si ha bisogno.

Mi viene risposto che lo si fa per indecisione, per paura, vergona, timore del giudizio.

Faccio svolgere un’attività che faciliti la propria rilevazione dei bisogni e i primi minuti sono stati in salita. Silenzi prolungati, poca abitudine a guardare di cosa abbiamo bisogno. Ecco così un’altra risposta che nasce dalla loro domanda.

“Antonella.. è possibile che non sappiamo sempre ciò di cui abbiamo bisogno?”

Eccome se è possibile. Immersi nel flusso, non ci ascoltiamo e men che meno ascoltiamo ciò che è esterno a noi. E viceversa. Ascoltiamo tanto quello che accade fuori da noi, che ci dimentichiamo di chiederci: è ciò di cui ho bisogno?

A che ci serve avere un bisogno? Coincide con l’aspettativa nel momento in cui non è soddisfatto e genera frustrazione? A che fine non mi fermo ad ascoltare il bisogno che ho?

Conosco una persona che dice e fa tutto quello che pensa senza filtro. Dichiara il bisogno, dichiara cosa attende liberamente. Tutto. Sì. Tutto.

Questo non lede gli altri. E se capita che qualcuno se ne offenda perché lui ha soddisfatto un bisogno con la propria verità, non è per far male, non è per deludere l’aspettativa dell’altro. E’ il suo modo di manifestare ciò che egli è ed essere accolto legittimamente così come è.

Dunque: i bisogni come le aspettative sono finemente collegati alle nostre emozioni. Mi chiedo se questo legame stia ad indicare quanto noi siamo presenti a noi stessi, in grado di provare e soddisfare/ assecondare noi e/o gli altri. E le emozioni che si generano nel soddisfarle o meno.

La risposta è dentro di noi,.. spero che stavolta, non sia sbagliata.

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Non hai sete? ..Ti porto un bicchier d’acqua!

l'aiuto“sei una portatrice d’acqua. Solo che talvolta porti da bere a chi non ha sete”

Questo è stato uno dei primi momenti di crescita vissuti all’inizio del mio percorso di Trainer. Uno schiaffo che mi ha fatto fare un salto di attenzione e riflessione non indifferenti. (e non del tutto indolore, se aveste il dubbio..)

Ed in questi giorni mi risuona almeno una volta al dì. Incontro persone, amici, clienti che rimandano a delle parole chiave: bisogno, necessario, aiuto, leadeship, responsabilità individuale.

Quando offriamo il nostro aiuto, quale bisogno cerchiamo di soddisfare? Siamo sicuri di voler aiutare l’altro e di non cercare di soddisfare il nostro bisogno di sentirci utili, quasi indispensabili?

Niente di male. Lo chiamo il lato buono dell’egoismo. Quello che genera positività nelle parti.

Quando offriamo il nostro aiuto, portiamo l’acqua. La domanda tra le altre è: ma la persona, ha sete? 

Mi capita anche oggi di vedere in stazione la famigliola che deve tirar su 3 bambini e due passeggini (che oggi sono la navicella di star trek..) e di istinto andare  incontro a dare una mano. Poi mi fermo, aspetto e vedo che fanno tranquillamente senza problemi da soli. Perfettamente organizzati, se cerco di aiutare, rischio di dar fastidio rompendo un equilibrio.

Se qualcuno vicino a me dichiara di aver fame, non è detto che stia chiedendo a me di fargli da mangiare. 

Ho imparato, legando questo aspetto alla leadership.

Diceva il proverbio cinese: non dar loro da mangiare. Mostra loro come pescare.

E ancora il senso di responsabilità individuale: se avranno bisogno chiederanno aiuto e se vorranno il mio non esiteranno a dirlo.

E per tutti coloro che hanno difficoltà a chiederlo? E se il mio istinto di esserci per loro (e per me) mi fa ripetere lo stesso errore perché temo che non mi chiederanno mai?

La mia soluzione oggi è chiedere io..: c’è qualcosa che posso fare per te?

Solitamente mi prendo un “no grazie, ho già risolto :)”

.. e siamo soddisfatti in due.. 

Antonella

Esperienziale, Sicurezza e Qualità. Si può fare.

si_pu_fareDicevano che non si poteva fare.

La formazione esperienziale è per le competenze comportamentali. Applicarla ad argomenti come la Sicurezza o la Qualità ISO 9001 non è possibile.

E invece.

Il post di oggi è un po’ promozionale, in cerca di soddisfazione, di feedback per un lavoro durato oltre un anno e mezzo. Oggi nasce Next Academy.

Non vi racconto molto ora. (visitate il sito per scoprire altro.. www.nextacademy.it)

Solo che anche il sito crescerà, cambierà col tempo popolandosi di contenuti, così come crescerà la Community dell’Accademia, rivolta alle Persone.

Sono stata in aula, con Nicola Corsano e Alessandra Marconato venerdì e sabato scorsi, e così i prossimi, a Padova.

Abbiamo sperimentato la facilitazione esperienziale d’aula applicata al corso generale lavoratori ed al corso rischio basso. E mi sto rimettendo a studiare. 

Una soddisfazione importante e per la quale sono riconoscente, oltre che a loro, a chi mi ha supportato, sopportato e seguito in questa idea.

Avevo progettato quei corsi molti mesi fa per un trainer tecnico, senza riuscire mai ad esserci durante l’erogazione. Finalmente ho ascoltato i partecipanti dirsi sorpresi di essere così coinvolti nelle attività proposte. E siamo solo all’inizio.

A breve partiranno anche i corsi per la formazione finanziata per la Cultura della Qualità ISO 9001 nelle Aziende con Luca Malagrida di M&D Consulenza.

Fateci sapere cosa ne pensate.. e potremo dire a chi ripete talvota che non è possibile..

SI PUO’ FARE! 

Imprenditivi?..Imprenditori Creativi!

fa quello che non puoiUna delle frasi dello scorso anno che ho ripetuto con una certa frequenza, era quella di T.Roosvelt.

“fai ciò che puoi, dove sei con quel che hai”.

Mi rendo conto che la vignetta non è inopportuna, ma sibillina. Dati i tempi.

Per associazione di idee volo velocemente verso una rivista a cui sono abbonata. Millionaire, ricco di idee, invenzioni, imprese di giovani e meno giovani che hanno iniziato per gioco un’attività e che oggi hanno cambiato la vita. Ma non solo la loro. Anche la nostra.

Che sia un’App o un succo di frutta, o un guanto per il pad, fotocamere digitali già con filtri per non photoshoppare, dispositivi micro da collegare allo smartphone per pagare con carte di credito.. (ditene una, che c’è. E se non c’è, tra poco ci sarà..)

L’editoriale di Virgilio Degiovanni parla degli imprenditivi.

Faccio ricerca su internet e trovo dei materiali interessanti. La parola esiste, non è un neologismo, come anche lui sottolinea. Tra i vari significati e riadattamenti ne individuo uno che mi soddisfa più degli altri.

Imprenditività significa che non si tratta solo di imprenditorialità. Ma proprio di essere imprenditori di se stessi. 

Ed ancora che il capitale più grande e più prezioso in un’organizzazione sono le persone: attivando la partecipazione (rendendo cioè più “imprenditive” le persone) si sviluppa il valore dell’imprenditività e quindi delle persone stesse. Dunque se si ha un progetto, coinvolgere le persone, attivarle, oltre che imprenditività personale è leadership.

Eppure, nel post di oggi voglio scomporre la parola.

Imprenditivi. Imprenditori Creativi. Persone che amano condividere, rilevano i bisogni e sono spinte a fare cose nuove. E leggendo ancora trovo che sono persone che non hanno bisogno di sostegno, ma che sono capaci di autoreferenziarsi. Questo non significa non chiedere aiuto. Ma da Leader di se stessi, individuano cosa manca, come attivare altri per trovarlo e trovarlo a loro volta. Con la creatività. 

Non ero particolarmente imprenditiva fino a 4 anni fa. E nemmeno troppo creativa fino a 12 mesi fa. Ho iniziato a guardarmi intorno per avere dei modelli di riferimento. Cosa pensavano, come facevano, come si muovevano, quali erano le loro associazioni di idee per creare, progettare, risolvere problemi?  E gliel’ho chiesto. Così, ho capito, in questo ultimo anno che la creatività è un muscolo e può essere allenato. Riviste, mostre, cinema, cucina. Non porto via tempo al lavoro, ma come vi ho detto in altri post, mi dedico ad attività RI-CREATIVE per rinfrescare il set di informazioni ed azioni da fare. Non dico che vada bene per tutti. Ognuno ha il proprio sistema. L’importante è trovarlo.

In conclusione chi è un imprenditivo? Colui che non dà risposte, ma ..:

• Fa domande e non si accontenta delle risposte

• Crede in se stesso ed è autocritico.

• Ha fiducia nelle proprie idee, non si perde di coraggio

• Si impegna a tradurre le proprie idee in progetti   e prova a realizzarli

Ecco perché fai ciò che non puoi, dove non sei con ciò che non hai, mi piace…

E tu, quanto sei imprenditivo?