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Mettermi nelle tue scarpe?..ma se porti un 35..

prendersi cura

Empatia. Em-Pathos. Lo so, questo è l’anno della resilienza, come gli ultimi due sono stati dell’innovazione. Ma alla fine, l’Empatia è un evergreen e non me ne vorrete di questa riflessione. Anche perché ultimamente mi trovo davanti a scene in cui chi parla non legge, non com-prende, non sente ciò che prova il suo interlocutore. Dispatia? no di certo. Solo sconnessione, ipotizzo.

Mi spiego, partendo al solito dal significato della parola, tanto per non far spiacere a nonna, e per scoprire che Goleman è arrivato parecchi anni dopo.

ll termine empatia è stato coniato da Robert Vischer, studioso di arti figurative e di problematiche estetiche, alla fine dell’Ottocento, ove con empatia s’intende la capacità della fantasia umana di cogliere il valore simbolico della natura. Vischer concepì questo termine come capacità di sentir dentro e di con-sentire, ossia di percepire la natura esterna, come interna, appartenente al nostro stesso corpo. (wikipedia)

Nelle scienza umane, l’empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell’altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) ed ogni giudizio morale. Insomma, attenzione a non cadere nel rischio di vivere quello che vive l’altro!

Si hanno due aspetti da considerare in merito al tema. Uno di ascolto (inpunt) e l’altro di comunicazione (output).

Nel primo aspetto si parla di comprensione empatica, nella quale si richiedono un’attenzione ed una capacità di vivere la relazione con l’altro come se si fosse al suo posto, mantenendo tuttavia una consapevolezza vigile della distinzione, non soltanto per evitare esperienze di emozioni ‘fusionali’, ma anche per non lasciarsi coinvolgere (o addirittura travolgere) dai sentimenti che, pure, si desidera condividere. Un secondo aspetto dell’empatia è costituito dalla comunicazione empatica. Si tratta di una modalità comunicativa che esige una capacità costante di valutare il tipo d’interazione che si sta svolgendo, tenendo conto della globalità dei linguaggi (verbali e infra-verbali) e del grado di prossimità (o distanza) dall’intimità e sintonia.

Tradotto: quando parlo, sto monitorando tutto quello che accade in me, nell’altro e ne colgo i segnali emotivo-emozionali?

Prima di avere la capacità di sentire l’altro, e tutto quello che gli accade mentre ci parla, quando si comunica, potrebbe essere utile una capacità razionale basata sulla seguente domanda:.. “cosa potrebbe accadere nell’altro davanti a questa mia frase, o questa azione?

Non avremo sicuramente la certezza delle emozioni che possono scatenarsi (salvo non si possegga la palla di vetro..), ma come esercizio potrebbe essere utile per la relazione, per una comunicazione efficace in cui c’è un obiettivo di comprensione e la volontà di uno scambio, prendersi del tempo per valutare gli scenari che si aprono in noi e nell’altro.

A scapito della naturalezza, potrebbe pensare qualcuno. E se invece questo momento di riflessione in più significasse un interesse genuino per la relazione e prendersi cura di se stessi e dell’altro?

L’empatia dunque, si può coltivare? Insomma, empatico, lo  impari o.. lo nacqui?

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Ego Sum..Ergo Stress?

come il mondo non sono io...Mi è capitato di recente di avere vicino persone che non erano singole. Viaggiavano in coppia.

Loro, ed il loro Ego.

Un Ego con una forma più grande della propria ombra, più in carne, più famelico, più bisognoso.

Un Ego ingombrante, dove non c’è spazio per le cose che accadono agli altri, nessun interesse, blanda empatia che si accende solo se si parla di loro. Se gli si dà un resto, un’attenzione.

Se si accarezza il loro Ego c’è possibilità di avere un argomento di conversazione. In caso contrario, non esiste la relazione da costruire. Non esiste lo scambio.

Mi son chiesta chi tiene al guinzaglio chi.

E la consapevolezza di un proprio Ego smodato non aiuta, anzi, alcuni si sentono galvanizzati da questo Essere Grandi.  Ed in due.

Cosa li porta a girare sempre in due? Che sia la paura di essere scoperti da soli? Che sia l’insicurezza di non farcela? O il bisogno di dimostrare che loro, comunque, sanno.

Se sospendiamo il giudizio e ci diamo l’opportunità di capire (e capirci), quale è il bisogno sotteso?

Mi rimbomba una parola. Riconoscimento.

Chi ostenta l’Ego perché Riconosciuto, se ne fa forte, non si sente solo. O teme lo sgamo.

Chi non mostra Ego, e vorrebbe senza però ottenerlo, se ne ammala. Non se lo auto-concede. Perché alla fine un feedback per l’impegno oltre che per il risultato, lo si vuole.

In entrambi i casi l’Ego, può causare Stress. E’ il primo a ferirsi in una conversazione. E’ l’ultimo a guarire se perso di vista.

Questo compagno, questo Ego, come è vissuto da chi deve continuamente promuoverlo? Che livelli di Stress può portare sia per chi lo vive che per chi lo subisce?

Che emozioni genera? Che stati d’animo lascia?

Che significa e che peso ha per noi il ritorno di Riconoscimento?

In cosa lo vorremmo vedere concretizzato perché si possa smettere di girare in coppia aprendoci anche agli altrui Ego

Nei panni dell’altro,no grazie..

Nei panni dell’altro? Che fatica, no grazie!

In questa settimana mi sono capitate esperienze in cui ho riflettuto sul concreto supporto che dà il mettersi nei panni dell’altro, nel disciogliere un problema con qualcuno o cambiare una situazione conflittuale. Sia professionale che di relazione. (Consapevoli che la relazione c’è sempre e comunque. Non se ne scappa)

In aula, o durante delle sessioni di coaching, con amici, con parenti mi tornava in mente spesso una frase che mi era stata detta tempo fa..: “nei panni dell’altro no grazie. Già mi ha fatto un torto, ci manca solo che lo giustifichi o lo comprenda!”

Che differenza c’è tra giustificare e comprendere?

A che ti serve comprendere?

Che vantaggio hai a non comprendere?

Alla fine, se è vero che il principio di causa-effetto significa che ad ogni azione c’è una reazione, significa che se quella persona ti ha fatto un torto, tu potresti domandarti anche..:

Cosa posso aver fatto io perché la persona re-agisse così?

Il che non significa giustificare. Significa comprendere e rendersi conto che un errore nei fatti, nelle azioni, nei comportamenti scelti e nella comunicazione c’è stato e forse non è solo da una parte. Significa andare a capire quale è la nostra responsabilità e verificare se potevamo fare qualcosa di diverso.

Per non lasciar sospesa questa comprensione, possiamo andare a parlare con la persona e non (solo) per recriminare con una lamentela fine a se stessa del torto subito, quanto per dimostrare che si è stati capaci di analizzare le responsabilità delle parti, con un obiettivo di risoluzione chiaro che ristabilisca un equilibrio.

Significa capire, per scoprire e conoscere quello che oggi crediamo  di sapere dandolo per scontato, sulla base di nostre interpretazioni del comportamento altrui. (Un po’ come quando diamo “un tono” alle mail che leggiamo, perché crediamo di ascoltare la persona mentre scrive.. )

Cambiare punto di vista, mettersi nei panni dell’altro significa sentire quello che l’altro prova e come lo prova. Significa chiedersi ancora..:

Che tipo di relazione voglio con questa persona?

Ha fatto ciò che ha fatto di proposito?

Sa cosa provo io e so cosa prova? Quali responsabilità ho avuto io? E le sue: conosce le conseguenze del suo fare? Cosa possiamo fare oggi per tornare ad una situazione di parità?

Non interessarsi degli altri e del loro fare e sentire anche quando crediamo di essere completamente vittime di un torto significa trincerarsi senza alcuna volontà di far evolvere la situazione verso il discioglimento, significa limitare se stessi e non concedersi la possibilità di scoprire quanto la stessa esperienza sia stata vissuta diversamente da entrambi.

Il supporto concreto del mettersi nei panni dell’altro è dato per me dall’opportunità di chiedere scusa per qualcosa che, magari, abbiamo provocato noi per primi senza volerlo, e ricevere dall’altro delle scuse consapevoli con un impegno a ristabilire una condizione di parità.

Cosa non vi torna di quanto avete letto e che può spingere oltre la riflessione?