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Esperienziale, Sicurezza e Qualità. Si può fare.

si_pu_fareDicevano che non si poteva fare.

La formazione esperienziale è per le competenze comportamentali. Applicarla ad argomenti come la Sicurezza o la Qualità ISO 9001 non è possibile.

E invece.

Il post di oggi è un po’ promozionale, in cerca di soddisfazione, di feedback per un lavoro durato oltre un anno e mezzo. Oggi nasce Next Academy.

Non vi racconto molto ora. (visitate il sito per scoprire altro.. www.nextacademy.it)

Solo che anche il sito crescerà, cambierà col tempo popolandosi di contenuti, così come crescerà la Community dell’Accademia, rivolta alle Persone.

Sono stata in aula, con Nicola Corsano e Alessandra Marconato venerdì e sabato scorsi, e così i prossimi, a Padova.

Abbiamo sperimentato la facilitazione esperienziale d’aula applicata al corso generale lavoratori ed al corso rischio basso. E mi sto rimettendo a studiare. 

Una soddisfazione importante e per la quale sono riconoscente, oltre che a loro, a chi mi ha supportato, sopportato e seguito in questa idea.

Avevo progettato quei corsi molti mesi fa per un trainer tecnico, senza riuscire mai ad esserci durante l’erogazione. Finalmente ho ascoltato i partecipanti dirsi sorpresi di essere così coinvolti nelle attività proposte. E siamo solo all’inizio.

A breve partiranno anche i corsi per la formazione finanziata per la Cultura della Qualità ISO 9001 nelle Aziende con Luca Malagrida di M&D Consulenza.

Fateci sapere cosa ne pensate.. e potremo dire a chi ripete talvota che non è possibile..

SI PUO’ FARE! 

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Il (pericolossissimo) tono immaginato

tono di voceSolitamente calma, sorridente, entuasiasta, propositiva. Di indole, ma anche grazie al coaching e al metodo appreso mi impegno a non avere comportamenti etichettanti, ma aperti alle possibili e varie interpretazioni che un evento può suscitare. Eppure.. succede e mi è successo di recente. Leggo un messaggio, una mail e sento che mi sale il nervoso. Mi si chiude la gola, mi pizzica, mi prende il batticuore, il respiro diventa corto e sento la sensazione di stupore presente negli occhi e nella bocca aperta.

Inizio a infilare una serie di OH! è incredibile! ma come si fa ad aggredire una persona così?

In quel momento sono presa nel flusso dell’emozione e di ragionare non c’è possibilità. Si parla proprio di sequestro emotivo del cervello rettiliano (secondo la teoria dei tre cervelli di MecLean)

La domanda che potreste pormi è… Che cosa hai letto che ti ha fatto saltare sulla sedia?

Io ultimamente mi son chiesta anche..:

Con che tono sto leggendo ciò che un altro mi ha scritto? Perché gli do un tono sgarbato, aggressivo, rude..? A che mi serve leggerlo così?

L’ Alibi interiore, amico coccolato per una vita, svezzato e ben addestrato, si attiva subito in nostra difesa: “bhè, io la conosco bene quella persona! E’ una persona aggressiva, rude..non può che averla scritta così! Già la sento mentre la scrive!”

Le domande successive sono state. Che cosa voglio da questa persona/ relazione/ situazione? Che cosa vuole lei/ cosa le serve? Cosa posso proporle e offrirle?

Ho provato a lasciar stare la mail per mezz’ora. Poi l’ho riletta imponendomi un tono in testa meno pericoloso per la relazione, sostituendo un sorriso e immaginandomi la persona serena e disponibile all’ascolto.

Ecco che il tono della mail è cambiato. E la mia risposta è cambiata..

Ed il mio cervello rettiliano ha sempre meno opportunità di dar di matto.

A voi capita di leggere le mail dando un tono che credete di sentire?

E vi capita se vi vengono chieste cose che non sono di vostra competenza, o si ribatte ad una vostra osservazione?… 

Quando vi capita?

Che cosa fate oggi e cosa fareste di diverso?

Lo spazio del dolce..

sono indeciso...Siamo fatti di Energia, oltre che di tutto il resto. E ne impieghiamo tutti i giorni la dose che ci permette di arrivare sui gomiti a casa. E per alcuni è già una vittoria. A volte siamo così stanchi, che ci fa fatica anche solo il pensiero di qualunque attività.

Ci propongono un’uscita serale infrasettimanale ed è impensabile, tanto che siamo già proiettati alle due ore di sonno in meno che rischiamo di fare e la fatica del giorno dopo.

Mi è capitato di dirlo, non so voi: “ho finito la batteria, non ce la faccio, voglio solo riposare.”

Ecco che ho scoperto che non abbiamo una sola batteria.

A dicembre ho fatto un corso per trainer dove partecipavano alcuni ragazzi stranieri. La sera prima di andare via, hanno proposto di fare “party”, per brindare e festeggiare i 3 giorni insieme.

La parte di noi italiani ha brindato, ma è anche velocemente andata a dormire, stanca delle giornate impegnative.

A pranzo, il giorno seguente i ragazzi mi hanno chiesto come mai non italiani non abbiamo fatto festa dopo tanto lavoro. Banalmente ho risposto che eravamo solo distrutti.

Uno di loro mi chiese..:

Sai che nel corpo abbiamo due batterie? Una per il lavoro ed una “battery for party”.

Aria interrogativa da parte mia..

Capisce che non mi basta,.. che mi piacerebbe uscire a far baldoria.. ma sono stanca! Ho speso tutte le mie energie, replico. E lui non molla:

Quando vai al ristorante, cosa guardi nel menù?

Se c’è il tortino al cioccolato…- rispondo io.

Esatto- dice lui- tu sceglierai cosa mangiare in funzione del dessert. Quindi avrai lo spazio per il dolce. Due stomaci e due batterie. E così vale per il lavoro. Ti devi lasciare lo spazio per il dolce perché quello sarà il tuo ricarica batterie…

Imprenditivi?..Imprenditori Creativi!

fa quello che non puoiUna delle frasi dello scorso anno che ho ripetuto con una certa frequenza, era quella di T.Roosvelt.

“fai ciò che puoi, dove sei con quel che hai”.

Mi rendo conto che la vignetta non è inopportuna, ma sibillina. Dati i tempi.

Per associazione di idee volo velocemente verso una rivista a cui sono abbonata. Millionaire, ricco di idee, invenzioni, imprese di giovani e meno giovani che hanno iniziato per gioco un’attività e che oggi hanno cambiato la vita. Ma non solo la loro. Anche la nostra.

Che sia un’App o un succo di frutta, o un guanto per il pad, fotocamere digitali già con filtri per non photoshoppare, dispositivi micro da collegare allo smartphone per pagare con carte di credito.. (ditene una, che c’è. E se non c’è, tra poco ci sarà..)

L’editoriale di Virgilio Degiovanni parla degli imprenditivi.

Faccio ricerca su internet e trovo dei materiali interessanti. La parola esiste, non è un neologismo, come anche lui sottolinea. Tra i vari significati e riadattamenti ne individuo uno che mi soddisfa più degli altri.

Imprenditività significa che non si tratta solo di imprenditorialità. Ma proprio di essere imprenditori di se stessi. 

Ed ancora che il capitale più grande e più prezioso in un’organizzazione sono le persone: attivando la partecipazione (rendendo cioè più “imprenditive” le persone) si sviluppa il valore dell’imprenditività e quindi delle persone stesse. Dunque se si ha un progetto, coinvolgere le persone, attivarle, oltre che imprenditività personale è leadership.

Eppure, nel post di oggi voglio scomporre la parola.

Imprenditivi. Imprenditori Creativi. Persone che amano condividere, rilevano i bisogni e sono spinte a fare cose nuove. E leggendo ancora trovo che sono persone che non hanno bisogno di sostegno, ma che sono capaci di autoreferenziarsi. Questo non significa non chiedere aiuto. Ma da Leader di se stessi, individuano cosa manca, come attivare altri per trovarlo e trovarlo a loro volta. Con la creatività. 

Non ero particolarmente imprenditiva fino a 4 anni fa. E nemmeno troppo creativa fino a 12 mesi fa. Ho iniziato a guardarmi intorno per avere dei modelli di riferimento. Cosa pensavano, come facevano, come si muovevano, quali erano le loro associazioni di idee per creare, progettare, risolvere problemi?  E gliel’ho chiesto. Così, ho capito, in questo ultimo anno che la creatività è un muscolo e può essere allenato. Riviste, mostre, cinema, cucina. Non porto via tempo al lavoro, ma come vi ho detto in altri post, mi dedico ad attività RI-CREATIVE per rinfrescare il set di informazioni ed azioni da fare. Non dico che vada bene per tutti. Ognuno ha il proprio sistema. L’importante è trovarlo.

In conclusione chi è un imprenditivo? Colui che non dà risposte, ma ..:

• Fa domande e non si accontenta delle risposte

• Crede in se stesso ed è autocritico.

• Ha fiducia nelle proprie idee, non si perde di coraggio

• Si impegna a tradurre le proprie idee in progetti   e prova a realizzarli

Ecco perché fai ciò che non puoi, dove non sei con ciò che non hai, mi piace…

E tu, quanto sei imprenditivo?

Non vi farò gli auguri per Natale..

renna preoccupata.. mi piace pensare che quel che CI auguro, non sia ristretto di campo e di tempo.

Non solo di breve periodo, per qualche giorno. Ma per tutti i giorni che viviamo,

per ogni cosa che facciamo, per ogni desiderio che realizziamo con impegno.

 

Che possiamo avere le idee chiare, progetti stimolanti e ambiziosi, persone capaci vicino e leali.

Quindi, no.

Niente auguri di sole buone feste…

Scrivimi.. che cosa vuoi per te stesso per il 2013? 

 

Farò tutto quello che (non) mi va di fare..

La scelta liberaCredo di aver iniziato almeno 10 post per oggi, e averli cestinati tutti.

Ormai sono le 3 del mattino e la scelta è tra abbandonare l’impegno preso del post al lunedì, oppure se mantenere fede con costanza e coerenza, nonostante ancora gli strascichi dell’influenza e la stanchezza.

E nonostante la voce del dialogo interiore che mi chiede.. ” ma devi avere qualcosa da dire per forza?”

No.

Ed è grazie a questo non pensiero che mi viene un pensiero. E allora, spontaneamente sto scrivendo quello che sento calzante, anche nell’arrivo delle feste.

Siamo sicuri che stiamo facendo tutto quello che ci va di fare?

Se qualcuno ora prova a dire che è perchè è Natale, mi chiedo.. e nel resto dell’anno..?

 

 

 

 

Il mondo va avanti senza di me?!..ok..

ti dà fastidio...Davvero il mondo va avanti anche senza di me??!

Questo post non era in programma. Ho saltato lunedì 3 perché ero ad un corso per formatori, e ho saltato ieri perché sono a casa influenzata da un’influenza inutilmente aggressiva. Anche meno,in effetti, potrebbe bastare.

Eppure noi irriducibili della tachipirina con 38 di febbre, in ufficio, in aula, in macchina, ..noi, che pensiamo di poter sopportare tutto, che siamo con gli occhi gonfi, la voce da foca, noi che portiamo in giro la tenacia, la determinazione a terminare i compiti, a raggiungere gli obiettivi, la resistenza.. e una marea di bacilli..

E poi, ti accorgi, quelle rare volte che non puoi fingere di non avere la febbre pur di continuare a lavorare, che il mondo continua ad andare avanti, anche senza di noi, cantava Vasco: che forse, se ti è venuta un’influenza così aggressiva, è perché ti devi proprio fermare. Che alla fine, non stiamo salvando il mondo. Non io almeno.

Allora ne approfitto per pensare al senso del cosa fare di questo tempo di niente, per finire a pensare al qui ed ora. Concetto ormai letto, trito e ritrito. Non per questo meno funzionale, ora che altro non posso fare che stare buona, ferma e zitta.

Allora penso che posso lo stesso lavorare, scrivere, leggere… e no. E’ l’occasione per imparare il niente. Il non fare. Il non pensare. Il semplice stare capace di godere anche di questa influenza come un’ opportunità. Qui ed ora nel Silenzio. Lasciando andare, scorrere.

Mi viene in mente un libro: “la via del guerriero di pace, di Dan Millman”, di cui vi lascio una frase che negli ultimi anni mi è servita molto, pur non essendo una meditatrice nel senso stretto e legato a discipline orientali.

“La meditazione consiste in due processi simultanei. Uno è l’attenzione a tutto ciò che si presenta: si chiama intuizione, insight. L’altro è il lasciar andare tutti i pensieri che sorgono. Si chiama arrendersi, surrender. Così si raggiunge la libertà della mente”

E così, mi lascio qui, a guarire, con attenzione per l’influenza ed il conseguente surrender… Dolori a parte, non è così male..

(spizzatevi il libro, che a dispetto del titolo, è simpatico, leggero, e con chicche utili di riflessione..infondo.. il mondo gira senza di me, serenamente.. ed io ricambio serena, in questo far niente…)

Sogno o .. Visiono? (parte seconda)

Davvero avete pensato che vi avrei lasciato dal lunedì mattina al prossimo con un pugno di domande?

Il Sogno è una cosa astratta, come una fantasticheria, a cui spesso diciamo..

lasciami sognare in grande! e poi. .non mi costa nulla!

Ecco qui che mi arrivano le differenze con la Visione di un progetto, di un lavoro, di un cambio vita.

La Visione ha un costo.. e la domanda da porsi è:

Sono disposto a pagarlo?

Cosa voglio impegnare ed in che cosa mi voglio impegnare? 

Se siamo capaci di sognare in grande, cosa ci impedisce di Visionare in modo altrettanto grande?

La paura del non riuscire, di sbagliare se non peggio qualcuno penso di fallire senza ritorno, di non essere all’altezza,di deluderci e deludere, di non poter tornare indietro (?).. a quella situazione che però oggi non ci fa stare bene.

Allora, la Visione è come un elastico. Quanto più vi tira, tanto più sarete propositivi e impegnati nel volerla realizzare. Quanto più guardate questo vostro film con gioia, quanto più non vi resta altro che organizzare ogni singolo fotogramma.

Siete disposti ad impegnarvi?

Sogno.. o VisionO?

Sogno o.. o  Visiono?

Da quando ho aperto questo blog, 8 ottobre, mi sorprendo di come ogni settimana abbia un tema ricorrente che mi apre alla riflessione del lunedì. Un po’ come se volesse essere l’indicatore magico che devo approfondire quell’aspetto.  Senza contare la pertinenza delle vignette di Cavezzali, che non finirò mai di ringraziare.

Detto questo,  negli ultimi 7 giorni l’argomento che mi ha rincorso è stato inerente alla difficoltà di capire cosa si vuole fare da grandi. E di solito, chi lo chiede, è già grande.

Chi ci dice che si deve sapere cosa si vuole prima di diventare grandi?

Mi chiedo se non sia possibile anche il contrario: diventare grandi dopo che si è scoperto quel che si vuole.

 Che cos’è un Sogno?

Che differenza c’è con la Visione?

Cosa facciamo per aiutarci a distinguerli nelle nostre azioni e nei nostri piani di azione per il futuro?

Ed una volta definiti, quale è la domanda chiave che possiamo farci per comprendere quale delle due stiamo vivendo?

Da te mi aspettavo altro!

“Da te mi aspettavo altro! “

“Non me lo sarei mai aspettato! Mi devi delle spiegazioni e delle scuse”

In questa settimana molte delle persone con cui ho parlato, che ho incontrato per delle sessioni di coaching, amiche ed amici che si raccontavano in situazioni personali, hanno tirato fuori frasi simili, dove il concetto di aspettarsi qualcosa da altri sembrava un tormentone. E con che grinta poi volavano le rimostranze!

Cosa significa aspettarsi qualcosa da qualcuno per te?

Che succederebbe se io ora interrompessi qui il mio post, con la domanda appena rivolta a voi? Forse, rimarrebbe un post monco per sempre.

Potrei interromperlo, generando in me l’aspettativa che qualcuno mi risponda, partecipi, interagisca, mi supporti nella mia avventura di blog. Potrei dare per scontato che almeno gli amici potrebbero, dovrebbero far qualcosa. Dopo qualche ora di silenzio che soluzioni si aprono per me? Tacere e covare emozioni varie, oppure potrei rivalermi su di loro e riprenderli per il mancato aiuto. “Con quanto ti coinvolgo e mi impegno a scrivere, mi aspettavo che mi considerassi almeno tu!”

Non vi suona strano? Cosa c’è che non funziona in questa frase?

Che mi potrebbero rispondere, legittimamente? Al posto loro, che direste?

Che emozioni mi genera un’aspettativa disattesa?

A che cosa mi serve riflettere sul concetto di aspettarsi qualcosa da qualcuno?

Che vantaggi mi porta avere un’aspettativa?

Che cosa farò di diverso la prossima volta per evitare un’aspettativa disattesa? 

Nella vignetta c’è la soluzione: che ne pensate?