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Post leggero.. da rientro.

il rientro..Il rientro può essere traumatico. Potrebbe rivelarsi come un gigantesco lunedì.

Per altri invece, tornare potrebbe essere una soluzione, perché senza fare niente non ci sanno proprio stare.

Tanto che hanno faticato a staccare le mani dai vari oggettini tecnologici, soffrendo forse la sindorme dell’abbandono, data l’assenza degli altri: ossia di tutti coloro che ne hanno approfittato per disintossicarsi.

Punti di vista, occasioni diverse.

Ho sempre pensato che settembre valesse come il vero capodanno. 

E’ a settembre che si fanno i bilanci dei mesi appena passati, si aggiusta la mira per il futuro e si pianificano i prossimi 8 mesi progettando e continuando a strutturare ciò che è avviato. (che settembre sia il capodanno professionale?)

Per quanto mi riguarda ho staccato la spina, mi sono data nuove regole tra cui l’attività fisica e l’alimentazione sana. Ho sistemato il fuori, per avere ordine dentro. (credo sia un classico femminile..)

Voi come vi sentite? Da dove prendete la carica?

Un libro, un luogo, un brano musicale che volete lasciare come commento che credete valga la pena di essere vissuto e condiviso?

C’è una regola che vi siete dati e una che avete deciso di abbandonare? 

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Se lo spazio intorno è stretto.. puoi girare almeno su te stesso?

la realtà mi è ostile

Quando le cose stavano andando davvero molto male, è stato allora che hanno iniziato ad andare davvero molto bene.

Questo è quello che mi sono portata a casa da una delle ultime aule.

Il corso tuonava il titolo “Organizzazione Innovativa”. Ora, diciamolo: la parola innovazione va via come il pane al sabato mattina, soprattutto se tanto si strilla alla crisi.

Dopo quasi 90 minuti una partecipante alza la mano e..: “Se posso essere onesta,…”

(Ecco. Questo è il momento in cui il formatore sa  che dall’aula stanno per sganciare la bomba. Anzi. Te la stanno tirando addosso con una discreta mira ..)

Certo.. ti prego.. sii pure onesta.. (e l’immagine di me a croce dilaniata trivellata da colpi sotto forma di parole si stava facendo largo tra la mente..)

“Questo corso a noi non serve. Ho difficoltà a pensare in cosa mi posso organizzare. Non ho spazio per farlo. Lo hanno messo in programma.. ma io a lavoro ho un planning da rispettare e delle regole con procedure ferree. Quindi eseguo.”

Sorrido. Respiro. (3 volte perché una era troppo poco.) La Formazione obbligatoria, non lascia ampi margini.

“Ottimo. Ti ringrazio.  Io non salvo il mondo, ma voi, come operatori sociosanitari sì, una mano gliela date. Quindi: di cosa avete bisogno ora e di diverso da quanto dichiarato all’inizio?”

Il target di riferimento non ricopriva ruoli organizzativi.  Per lo più infermieri in trincea, prima linea di emergenze e malati terminali.

Da chiedersi: come si vive il proprio lavoro stando sempre col pensiero “cosa sta per accadere?”

Chi vive con le emergenze è in uno stato di allerta continuo. Quello è il suo stato naturale. Come se quella fosse la propria zona di confort. Se gli si chiede di organizzarsi i fazzoletti di tempo che hanno a disposizione, non risulta un’attività possibile. E men che meno lo appare innovarsi.

Ero consapevole dell’impegno, quasi  come una vocazione, con cui queste persone scelgono il loro lavoro. E contemporaneamente non conoscevo tutte le procedure e le dinamiche interne. La soluzione non era dare loro soluzioni. Ma aprire la mente perché tornassero a cercarne altre da quelle fino ad oggi adottate. Che si attivassero, non di più, non meglio.. ma diversamente!

Da facilitatore questo è un piatto ricco che apre molte opportunità di riflessione.

Innovare sembra la risposta indispensabile. E per innovare in questo caso si intende la capacità di impiegare in modo diverso dall’attuale ciò che già si ha. Oppure indagare se qualcosa possa essere cambiato, senza dare per scontato che nulla c’è da fare, nascondendosi dietro ai.. “purtroppo…”, e dietro alle regole, ai vincoli, alle procedure, che di fatto non sono solo limiti. Sono anche tutele che ci salvano dal commettere errori.

Dopo circa un’ora di ascolto e riflessioni condivise nell’aula, qualcosa è cambiato. Si sono attivati collaborando nelle attività proposte. Infatti è emerso proprio da chi aveva sollevato il dubbio di impossibilità dell’innovazione organizzativa, che spazi di organizzazione ne hanno. Si è lavorato su quelli e sulla credenza del credere di non poter far nulla per cambiare le cose che non funzionano. Si è riflettuto sull’utilità del condividere un problema, rendendosi poi parte del problema stesso e della soluzione. Hanno individuato la relazione coi colleghi, la collaborazione e l’inserimento di nuove regole interne che supportassero il proprio lavoro. 

Cosa decidiamo di fare quando sappiamo di avere vincoli, regole e lo spazio di una mattonella con dei paletti stretti fino al viso?… possiamo muovere gli occhi?… abbiamo mai pensato, senza infrangere le regole, di poter girare almeno su noi stessi…?

“La risposta è dentro di te… e (non) è sbagliata”

dentro di me

Se ho fame, mangio. Se ho sonno, dormo. Se ho sete, bevo.

Siamo fatti di bisogni, esigenze, necessità, urgenze. E aspettative.

Ma è nato prima il bisogno o l’aspettativa? 

Aspetto qualcosa da una persona o da una situazione e successivamente voglio soddisfare un bisogno, o ho un bisogno precedente da soddisfare e quindi mi si genera l’aspettativa? Per me, la seconda che ho detto.

In questi giorni sto ripetendo un corso che parla delle esigenze nascoste del cliente, ma non solo. Anche dei Manager e dei loro Team. Si parla di “scatola nera”, intendendo quel luogo nascosto dentro ognuno di noi in cui sono custoditi i bisogni autentici.

Ho chiesto in aula a che fine non si dichiara ciò di cui si ha bisogno.

Mi viene risposto che lo si fa per indecisione, per paura, vergona, timore del giudizio.

Faccio svolgere un’attività che faciliti la propria rilevazione dei bisogni e i primi minuti sono stati in salita. Silenzi prolungati, poca abitudine a guardare di cosa abbiamo bisogno. Ecco così un’altra risposta che nasce dalla loro domanda.

“Antonella.. è possibile che non sappiamo sempre ciò di cui abbiamo bisogno?”

Eccome se è possibile. Immersi nel flusso, non ci ascoltiamo e men che meno ascoltiamo ciò che è esterno a noi. E viceversa. Ascoltiamo tanto quello che accade fuori da noi, che ci dimentichiamo di chiederci: è ciò di cui ho bisogno?

A che ci serve avere un bisogno? Coincide con l’aspettativa nel momento in cui non è soddisfatto e genera frustrazione? A che fine non mi fermo ad ascoltare il bisogno che ho?

Conosco una persona che dice e fa tutto quello che pensa senza filtro. Dichiara il bisogno, dichiara cosa attende liberamente. Tutto. Sì. Tutto.

Questo non lede gli altri. E se capita che qualcuno se ne offenda perché lui ha soddisfatto un bisogno con la propria verità, non è per far male, non è per deludere l’aspettativa dell’altro. E’ il suo modo di manifestare ciò che egli è ed essere accolto legittimamente così come è.

Dunque: i bisogni come le aspettative sono finemente collegati alle nostre emozioni. Mi chiedo se questo legame stia ad indicare quanto noi siamo presenti a noi stessi, in grado di provare e soddisfare/ assecondare noi e/o gli altri. E le emozioni che si generano nel soddisfarle o meno.

La risposta è dentro di noi,.. spero che stavolta, non sia sbagliata.

Esperienziale, Sicurezza e Qualità. Si può fare.

si_pu_fareDicevano che non si poteva fare.

La formazione esperienziale è per le competenze comportamentali. Applicarla ad argomenti come la Sicurezza o la Qualità ISO 9001 non è possibile.

E invece.

Il post di oggi è un po’ promozionale, in cerca di soddisfazione, di feedback per un lavoro durato oltre un anno e mezzo. Oggi nasce Next Academy.

Non vi racconto molto ora. (visitate il sito per scoprire altro.. www.nextacademy.it)

Solo che anche il sito crescerà, cambierà col tempo popolandosi di contenuti, così come crescerà la Community dell’Accademia, rivolta alle Persone.

Sono stata in aula, con Nicola Corsano e Alessandra Marconato venerdì e sabato scorsi, e così i prossimi, a Padova.

Abbiamo sperimentato la facilitazione esperienziale d’aula applicata al corso generale lavoratori ed al corso rischio basso. E mi sto rimettendo a studiare. 

Una soddisfazione importante e per la quale sono riconoscente, oltre che a loro, a chi mi ha supportato, sopportato e seguito in questa idea.

Avevo progettato quei corsi molti mesi fa per un trainer tecnico, senza riuscire mai ad esserci durante l’erogazione. Finalmente ho ascoltato i partecipanti dirsi sorpresi di essere così coinvolti nelle attività proposte. E siamo solo all’inizio.

A breve partiranno anche i corsi per la formazione finanziata per la Cultura della Qualità ISO 9001 nelle Aziende con Luca Malagrida di M&D Consulenza.

Fateci sapere cosa ne pensate.. e potremo dire a chi ripete talvota che non è possibile..

SI PUO’ FARE! 

Non vi farò gli auguri per Natale..

renna preoccupata.. mi piace pensare che quel che CI auguro, non sia ristretto di campo e di tempo.

Non solo di breve periodo, per qualche giorno. Ma per tutti i giorni che viviamo,

per ogni cosa che facciamo, per ogni desiderio che realizziamo con impegno.

 

Che possiamo avere le idee chiare, progetti stimolanti e ambiziosi, persone capaci vicino e leali.

Quindi, no.

Niente auguri di sole buone feste…

Scrivimi.. che cosa vuoi per te stesso per il 2013? 

 

Da te mi aspettavo altro!

“Da te mi aspettavo altro! “

“Non me lo sarei mai aspettato! Mi devi delle spiegazioni e delle scuse”

In questa settimana molte delle persone con cui ho parlato, che ho incontrato per delle sessioni di coaching, amiche ed amici che si raccontavano in situazioni personali, hanno tirato fuori frasi simili, dove il concetto di aspettarsi qualcosa da altri sembrava un tormentone. E con che grinta poi volavano le rimostranze!

Cosa significa aspettarsi qualcosa da qualcuno per te?

Che succederebbe se io ora interrompessi qui il mio post, con la domanda appena rivolta a voi? Forse, rimarrebbe un post monco per sempre.

Potrei interromperlo, generando in me l’aspettativa che qualcuno mi risponda, partecipi, interagisca, mi supporti nella mia avventura di blog. Potrei dare per scontato che almeno gli amici potrebbero, dovrebbero far qualcosa. Dopo qualche ora di silenzio che soluzioni si aprono per me? Tacere e covare emozioni varie, oppure potrei rivalermi su di loro e riprenderli per il mancato aiuto. “Con quanto ti coinvolgo e mi impegno a scrivere, mi aspettavo che mi considerassi almeno tu!”

Non vi suona strano? Cosa c’è che non funziona in questa frase?

Che mi potrebbero rispondere, legittimamente? Al posto loro, che direste?

Che emozioni mi genera un’aspettativa disattesa?

A che cosa mi serve riflettere sul concetto di aspettarsi qualcosa da qualcuno?

Che vantaggi mi porta avere un’aspettativa?

Che cosa farò di diverso la prossima volta per evitare un’aspettativa disattesa? 

Nella vignetta c’è la soluzione: che ne pensate?