Se lo spazio intorno è stretto.. puoi girare almeno su te stesso?

la realtà mi è ostile

Quando le cose stavano andando davvero molto male, è stato allora che hanno iniziato ad andare davvero molto bene.

Questo è quello che mi sono portata a casa da una delle ultime aule.

Il corso tuonava il titolo “Organizzazione Innovativa”. Ora, diciamolo: la parola innovazione va via come il pane al sabato mattina, soprattutto se tanto si strilla alla crisi.

Dopo quasi 90 minuti una partecipante alza la mano e..: “Se posso essere onesta,…”

(Ecco. Questo è il momento in cui il formatore sa  che dall’aula stanno per sganciare la bomba. Anzi. Te la stanno tirando addosso con una discreta mira ..)

Certo.. ti prego.. sii pure onesta.. (e l’immagine di me a croce dilaniata trivellata da colpi sotto forma di parole si stava facendo largo tra la mente..)

“Questo corso a noi non serve. Ho difficoltà a pensare in cosa mi posso organizzare. Non ho spazio per farlo. Lo hanno messo in programma.. ma io a lavoro ho un planning da rispettare e delle regole con procedure ferree. Quindi eseguo.”

Sorrido. Respiro. (3 volte perché una era troppo poco.) La Formazione obbligatoria, non lascia ampi margini.

“Ottimo. Ti ringrazio.  Io non salvo il mondo, ma voi, come operatori sociosanitari sì, una mano gliela date. Quindi: di cosa avete bisogno ora e di diverso da quanto dichiarato all’inizio?”

Il target di riferimento non ricopriva ruoli organizzativi.  Per lo più infermieri in trincea, prima linea di emergenze e malati terminali.

Da chiedersi: come si vive il proprio lavoro stando sempre col pensiero “cosa sta per accadere?”

Chi vive con le emergenze è in uno stato di allerta continuo. Quello è il suo stato naturale. Come se quella fosse la propria zona di confort. Se gli si chiede di organizzarsi i fazzoletti di tempo che hanno a disposizione, non risulta un’attività possibile. E men che meno lo appare innovarsi.

Ero consapevole dell’impegno, quasi  come una vocazione, con cui queste persone scelgono il loro lavoro. E contemporaneamente non conoscevo tutte le procedure e le dinamiche interne. La soluzione non era dare loro soluzioni. Ma aprire la mente perché tornassero a cercarne altre da quelle fino ad oggi adottate. Che si attivassero, non di più, non meglio.. ma diversamente!

Da facilitatore questo è un piatto ricco che apre molte opportunità di riflessione.

Innovare sembra la risposta indispensabile. E per innovare in questo caso si intende la capacità di impiegare in modo diverso dall’attuale ciò che già si ha. Oppure indagare se qualcosa possa essere cambiato, senza dare per scontato che nulla c’è da fare, nascondendosi dietro ai.. “purtroppo…”, e dietro alle regole, ai vincoli, alle procedure, che di fatto non sono solo limiti. Sono anche tutele che ci salvano dal commettere errori.

Dopo circa un’ora di ascolto e riflessioni condivise nell’aula, qualcosa è cambiato. Si sono attivati collaborando nelle attività proposte. Infatti è emerso proprio da chi aveva sollevato il dubbio di impossibilità dell’innovazione organizzativa, che spazi di organizzazione ne hanno. Si è lavorato su quelli e sulla credenza del credere di non poter far nulla per cambiare le cose che non funzionano. Si è riflettuto sull’utilità del condividere un problema, rendendosi poi parte del problema stesso e della soluzione. Hanno individuato la relazione coi colleghi, la collaborazione e l’inserimento di nuove regole interne che supportassero il proprio lavoro. 

Cosa decidiamo di fare quando sappiamo di avere vincoli, regole e lo spazio di una mattonella con dei paletti stretti fino al viso?… possiamo muovere gli occhi?… abbiamo mai pensato, senza infrangere le regole, di poter girare almeno su noi stessi…?

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“La risposta è dentro di te… e (non) è sbagliata”

dentro di me

Se ho fame, mangio. Se ho sonno, dormo. Se ho sete, bevo.

Siamo fatti di bisogni, esigenze, necessità, urgenze. E aspettative.

Ma è nato prima il bisogno o l’aspettativa? 

Aspetto qualcosa da una persona o da una situazione e successivamente voglio soddisfare un bisogno, o ho un bisogno precedente da soddisfare e quindi mi si genera l’aspettativa? Per me, la seconda che ho detto.

In questi giorni sto ripetendo un corso che parla delle esigenze nascoste del cliente, ma non solo. Anche dei Manager e dei loro Team. Si parla di “scatola nera”, intendendo quel luogo nascosto dentro ognuno di noi in cui sono custoditi i bisogni autentici.

Ho chiesto in aula a che fine non si dichiara ciò di cui si ha bisogno.

Mi viene risposto che lo si fa per indecisione, per paura, vergona, timore del giudizio.

Faccio svolgere un’attività che faciliti la propria rilevazione dei bisogni e i primi minuti sono stati in salita. Silenzi prolungati, poca abitudine a guardare di cosa abbiamo bisogno. Ecco così un’altra risposta che nasce dalla loro domanda.

“Antonella.. è possibile che non sappiamo sempre ciò di cui abbiamo bisogno?”

Eccome se è possibile. Immersi nel flusso, non ci ascoltiamo e men che meno ascoltiamo ciò che è esterno a noi. E viceversa. Ascoltiamo tanto quello che accade fuori da noi, che ci dimentichiamo di chiederci: è ciò di cui ho bisogno?

A che ci serve avere un bisogno? Coincide con l’aspettativa nel momento in cui non è soddisfatto e genera frustrazione? A che fine non mi fermo ad ascoltare il bisogno che ho?

Conosco una persona che dice e fa tutto quello che pensa senza filtro. Dichiara il bisogno, dichiara cosa attende liberamente. Tutto. Sì. Tutto.

Questo non lede gli altri. E se capita che qualcuno se ne offenda perché lui ha soddisfatto un bisogno con la propria verità, non è per far male, non è per deludere l’aspettativa dell’altro. E’ il suo modo di manifestare ciò che egli è ed essere accolto legittimamente così come è.

Dunque: i bisogni come le aspettative sono finemente collegati alle nostre emozioni. Mi chiedo se questo legame stia ad indicare quanto noi siamo presenti a noi stessi, in grado di provare e soddisfare/ assecondare noi e/o gli altri. E le emozioni che si generano nel soddisfarle o meno.

La risposta è dentro di noi,.. spero che stavolta, non sia sbagliata.

Non hai sete? ..Ti porto un bicchier d’acqua!

l'aiuto“sei una portatrice d’acqua. Solo che talvolta porti da bere a chi non ha sete”

Questo è stato uno dei primi momenti di crescita vissuti all’inizio del mio percorso di Trainer. Uno schiaffo che mi ha fatto fare un salto di attenzione e riflessione non indifferenti. (e non del tutto indolore, se aveste il dubbio..)

Ed in questi giorni mi risuona almeno una volta al dì. Incontro persone, amici, clienti che rimandano a delle parole chiave: bisogno, necessario, aiuto, leadeship, responsabilità individuale.

Quando offriamo il nostro aiuto, quale bisogno cerchiamo di soddisfare? Siamo sicuri di voler aiutare l’altro e di non cercare di soddisfare il nostro bisogno di sentirci utili, quasi indispensabili?

Niente di male. Lo chiamo il lato buono dell’egoismo. Quello che genera positività nelle parti.

Quando offriamo il nostro aiuto, portiamo l’acqua. La domanda tra le altre è: ma la persona, ha sete? 

Mi capita anche oggi di vedere in stazione la famigliola che deve tirar su 3 bambini e due passeggini (che oggi sono la navicella di star trek..) e di istinto andare  incontro a dare una mano. Poi mi fermo, aspetto e vedo che fanno tranquillamente senza problemi da soli. Perfettamente organizzati, se cerco di aiutare, rischio di dar fastidio rompendo un equilibrio.

Se qualcuno vicino a me dichiara di aver fame, non è detto che stia chiedendo a me di fargli da mangiare. 

Ho imparato, legando questo aspetto alla leadership.

Diceva il proverbio cinese: non dar loro da mangiare. Mostra loro come pescare.

E ancora il senso di responsabilità individuale: se avranno bisogno chiederanno aiuto e se vorranno il mio non esiteranno a dirlo.

E per tutti coloro che hanno difficoltà a chiederlo? E se il mio istinto di esserci per loro (e per me) mi fa ripetere lo stesso errore perché temo che non mi chiederanno mai?

La mia soluzione oggi è chiedere io..: c’è qualcosa che posso fare per te?

Solitamente mi prendo un “no grazie, ho già risolto :)”

.. e siamo soddisfatti in due.. 

Antonella

Chi tace… sta zitto?

sono indeciso“Non avere paura del Silenzio in aula. Fai la domanda e aspetta. Qualcuno avrà la sua risposta. Non avere fretta, lascia che pensino, lascia che prendano coraggio per esprimersi ed esporsi. Datti l’opportunità di sentire le loro risposte. Non sei tu a darne. Loro le hanno già. Basta la domanda.”

Queste erano le prime parole che mi venivano dette da Leonardo Frontani prima della mia prima aula esperienziale ormai 3 anni fa. E ancora oggi le ricordo. Parole preziose che mi hanno accompagnato ogni volta che ponevo una domanda e la mia voce interiore si ripeteva…stai zitta e aspetta

E la risposta non tardava mai ad arrivare. A volte sul limite, a volte poco dopo. Dove il limite era il mio grado di sopportazione del silenzio. E nel tempo si è ampliato ed elasticizzato moltissimo. Sto serena anche con 5 minuti di silenzio in aula. Perché, onestamente, è raro che qualcuno ne sopporti oltre e prima o poi il Silenzio si rompe. E la voglia di partecipare si attiva.

Di recente mi è capitata un’aula attentissima. Ma silenziosa fino all’inverosimile, senza parole.

Ho proseguito chiedendomi fin dove il mio ruolo di facilitatore avesse responsabilità e dove la responsabilità dell’aula prendesse forma. 

Chi tace, sta zitto? Chi tace non ha niente da dire o sceglie di non parlare? E come vive il suo Silenzio?

Che rapporto avete voi con il Silenzio?

Ci sono stati momenti in cui, il Silenzio vostro o l’altrui, vi ha aiutato e momenti in cui vi ha gettato nel panico?

Calcolare la Priorità come il Rischio nella Sicurezza?

il tempoLeggo in giro, per social net e riviste. Pare che di Tempo e Gestione del Tempo non si finisca mai di parlarne e di impararne. Dalle apps sul telefono, connesse ai computer, ai calendari di carta (intramontabili per quanto mi riguarda. Retaggio di nonna: verba volant, scripta manent. E anche i cellulari a volte volant..motivo per cui la carta non la mollo)

In queste ultime due settimane sono stata a Padova per mettere in pratica oltre un anno di lavoro e progettazione. Next Academy, metodo che unisce la facilitazione esperienziale d’aula ad argomenti tecnico-normativi come Sicurezza e Qualità. 

Io non sono un tecnico e nonostante facilitassi le attività ed alcuni momenti di debriefing con Formatori Tecnici Sicurezza ho ascoltato ed appreso, rilevando alcuni collegamenti tra Sicurezza e Comportamentale, materie lontane per contenuti ma di fatto complementari.

Durante il corso “Rischio Alto Specifico”, ho rispolverato dal mio Master il calcolo della valutazione dei rischi, dato dalla formula:

Rischio = Probabilità x Danno

Di seguito il grafico che permette di calcolare l’effettivo rischio in un ambiente di lavoro.

Rischio e Priorità

Nell’osservare la tabella noto una certa somiglianza con la matrice di Eisenhower, che vede la divisione in quadranti per ordine di importanza ed urgenza e grazie alla quale è possibile individuare se un’attività va fatta subito, pianificata o delegata.

Mi son chiesta spesso: sulla base di quali domande una persona colloca un’attività da fare in uno dei 4 quadranti? A percezione personale? 

Già in un altro post avevamo visto la matrice urgenza/ importanza

UrgenteImportante

Mi chiedo se la formula della valutazione del rischio non possa essere anche applicata a questa matrice, dove si avrà:

Priorità= Urgenza x Importanza

Per coloro che hanno una mente matematica, a dispetto della mia (palesemente linguistica) secondo voi, la similitudine c’è ed il calcolo funziona?

Lo proverò in questa settimana e vi saprò dire..

buon lavoro a tutti.

Esperienziale, Sicurezza e Qualità. Si può fare.

si_pu_fareDicevano che non si poteva fare.

La formazione esperienziale è per le competenze comportamentali. Applicarla ad argomenti come la Sicurezza o la Qualità ISO 9001 non è possibile.

E invece.

Il post di oggi è un po’ promozionale, in cerca di soddisfazione, di feedback per un lavoro durato oltre un anno e mezzo. Oggi nasce Next Academy.

Non vi racconto molto ora. (visitate il sito per scoprire altro.. www.nextacademy.it)

Solo che anche il sito crescerà, cambierà col tempo popolandosi di contenuti, così come crescerà la Community dell’Accademia, rivolta alle Persone.

Sono stata in aula, con Nicola Corsano e Alessandra Marconato venerdì e sabato scorsi, e così i prossimi, a Padova.

Abbiamo sperimentato la facilitazione esperienziale d’aula applicata al corso generale lavoratori ed al corso rischio basso. E mi sto rimettendo a studiare. 

Una soddisfazione importante e per la quale sono riconoscente, oltre che a loro, a chi mi ha supportato, sopportato e seguito in questa idea.

Avevo progettato quei corsi molti mesi fa per un trainer tecnico, senza riuscire mai ad esserci durante l’erogazione. Finalmente ho ascoltato i partecipanti dirsi sorpresi di essere così coinvolti nelle attività proposte. E siamo solo all’inizio.

A breve partiranno anche i corsi per la formazione finanziata per la Cultura della Qualità ISO 9001 nelle Aziende con Luca Malagrida di M&D Consulenza.

Fateci sapere cosa ne pensate.. e potremo dire a chi ripete talvota che non è possibile..

SI PUO’ FARE! 

Il (pericolossissimo) tono immaginato

tono di voceSolitamente calma, sorridente, entuasiasta, propositiva. Di indole, ma anche grazie al coaching e al metodo appreso mi impegno a non avere comportamenti etichettanti, ma aperti alle possibili e varie interpretazioni che un evento può suscitare. Eppure.. succede e mi è successo di recente. Leggo un messaggio, una mail e sento che mi sale il nervoso. Mi si chiude la gola, mi pizzica, mi prende il batticuore, il respiro diventa corto e sento la sensazione di stupore presente negli occhi e nella bocca aperta.

Inizio a infilare una serie di OH! è incredibile! ma come si fa ad aggredire una persona così?

In quel momento sono presa nel flusso dell’emozione e di ragionare non c’è possibilità. Si parla proprio di sequestro emotivo del cervello rettiliano (secondo la teoria dei tre cervelli di MecLean)

La domanda che potreste pormi è… Che cosa hai letto che ti ha fatto saltare sulla sedia?

Io ultimamente mi son chiesta anche..:

Con che tono sto leggendo ciò che un altro mi ha scritto? Perché gli do un tono sgarbato, aggressivo, rude..? A che mi serve leggerlo così?

L’ Alibi interiore, amico coccolato per una vita, svezzato e ben addestrato, si attiva subito in nostra difesa: “bhè, io la conosco bene quella persona! E’ una persona aggressiva, rude..non può che averla scritta così! Già la sento mentre la scrive!”

Le domande successive sono state. Che cosa voglio da questa persona/ relazione/ situazione? Che cosa vuole lei/ cosa le serve? Cosa posso proporle e offrirle?

Ho provato a lasciar stare la mail per mezz’ora. Poi l’ho riletta imponendomi un tono in testa meno pericoloso per la relazione, sostituendo un sorriso e immaginandomi la persona serena e disponibile all’ascolto.

Ecco che il tono della mail è cambiato. E la mia risposta è cambiata..

Ed il mio cervello rettiliano ha sempre meno opportunità di dar di matto.

A voi capita di leggere le mail dando un tono che credete di sentire?

E vi capita se vi vengono chieste cose che non sono di vostra competenza, o si ribatte ad una vostra osservazione?… 

Quando vi capita?

Che cosa fate oggi e cosa fareste di diverso?

Lo spazio del dolce..

sono indeciso...Siamo fatti di Energia, oltre che di tutto il resto. E ne impieghiamo tutti i giorni la dose che ci permette di arrivare sui gomiti a casa. E per alcuni è già una vittoria. A volte siamo così stanchi, che ci fa fatica anche solo il pensiero di qualunque attività.

Ci propongono un’uscita serale infrasettimanale ed è impensabile, tanto che siamo già proiettati alle due ore di sonno in meno che rischiamo di fare e la fatica del giorno dopo.

Mi è capitato di dirlo, non so voi: “ho finito la batteria, non ce la faccio, voglio solo riposare.”

Ecco che ho scoperto che non abbiamo una sola batteria.

A dicembre ho fatto un corso per trainer dove partecipavano alcuni ragazzi stranieri. La sera prima di andare via, hanno proposto di fare “party”, per brindare e festeggiare i 3 giorni insieme.

La parte di noi italiani ha brindato, ma è anche velocemente andata a dormire, stanca delle giornate impegnative.

A pranzo, il giorno seguente i ragazzi mi hanno chiesto come mai non italiani non abbiamo fatto festa dopo tanto lavoro. Banalmente ho risposto che eravamo solo distrutti.

Uno di loro mi chiese..:

Sai che nel corpo abbiamo due batterie? Una per il lavoro ed una “battery for party”.

Aria interrogativa da parte mia..

Capisce che non mi basta,.. che mi piacerebbe uscire a far baldoria.. ma sono stanca! Ho speso tutte le mie energie, replico. E lui non molla:

Quando vai al ristorante, cosa guardi nel menù?

Se c’è il tortino al cioccolato…- rispondo io.

Esatto- dice lui- tu sceglierai cosa mangiare in funzione del dessert. Quindi avrai lo spazio per il dolce. Due stomaci e due batterie. E così vale per il lavoro. Ti devi lasciare lo spazio per il dolce perché quello sarà il tuo ricarica batterie…

Imprenditivi?..Imprenditori Creativi!

fa quello che non puoiUna delle frasi dello scorso anno che ho ripetuto con una certa frequenza, era quella di T.Roosvelt.

“fai ciò che puoi, dove sei con quel che hai”.

Mi rendo conto che la vignetta non è inopportuna, ma sibillina. Dati i tempi.

Per associazione di idee volo velocemente verso una rivista a cui sono abbonata. Millionaire, ricco di idee, invenzioni, imprese di giovani e meno giovani che hanno iniziato per gioco un’attività e che oggi hanno cambiato la vita. Ma non solo la loro. Anche la nostra.

Che sia un’App o un succo di frutta, o un guanto per il pad, fotocamere digitali già con filtri per non photoshoppare, dispositivi micro da collegare allo smartphone per pagare con carte di credito.. (ditene una, che c’è. E se non c’è, tra poco ci sarà..)

L’editoriale di Virgilio Degiovanni parla degli imprenditivi.

Faccio ricerca su internet e trovo dei materiali interessanti. La parola esiste, non è un neologismo, come anche lui sottolinea. Tra i vari significati e riadattamenti ne individuo uno che mi soddisfa più degli altri.

Imprenditività significa che non si tratta solo di imprenditorialità. Ma proprio di essere imprenditori di se stessi. 

Ed ancora che il capitale più grande e più prezioso in un’organizzazione sono le persone: attivando la partecipazione (rendendo cioè più “imprenditive” le persone) si sviluppa il valore dell’imprenditività e quindi delle persone stesse. Dunque se si ha un progetto, coinvolgere le persone, attivarle, oltre che imprenditività personale è leadership.

Eppure, nel post di oggi voglio scomporre la parola.

Imprenditivi. Imprenditori Creativi. Persone che amano condividere, rilevano i bisogni e sono spinte a fare cose nuove. E leggendo ancora trovo che sono persone che non hanno bisogno di sostegno, ma che sono capaci di autoreferenziarsi. Questo non significa non chiedere aiuto. Ma da Leader di se stessi, individuano cosa manca, come attivare altri per trovarlo e trovarlo a loro volta. Con la creatività. 

Non ero particolarmente imprenditiva fino a 4 anni fa. E nemmeno troppo creativa fino a 12 mesi fa. Ho iniziato a guardarmi intorno per avere dei modelli di riferimento. Cosa pensavano, come facevano, come si muovevano, quali erano le loro associazioni di idee per creare, progettare, risolvere problemi?  E gliel’ho chiesto. Così, ho capito, in questo ultimo anno che la creatività è un muscolo e può essere allenato. Riviste, mostre, cinema, cucina. Non porto via tempo al lavoro, ma come vi ho detto in altri post, mi dedico ad attività RI-CREATIVE per rinfrescare il set di informazioni ed azioni da fare. Non dico che vada bene per tutti. Ognuno ha il proprio sistema. L’importante è trovarlo.

In conclusione chi è un imprenditivo? Colui che non dà risposte, ma ..:

• Fa domande e non si accontenta delle risposte

• Crede in se stesso ed è autocritico.

• Ha fiducia nelle proprie idee, non si perde di coraggio

• Si impegna a tradurre le proprie idee in progetti   e prova a realizzarli

Ecco perché fai ciò che non puoi, dove non sei con ciò che non hai, mi piace…

E tu, quanto sei imprenditivo?

Ti Priorizzi? E quanto ti priorizzi? E come..

prioritàPer il bentornati ho cercato a lungo con quale vignetta di Cavez accogliervi.

All’inizio dell’anno, o anche prima, quanti di voi hanno comprato l’agenda nuova, (alcuni la President, altri il taccuino Moleskine..) e si sono sentiti pieni di buoni propositi (mia nonna Elda qui, quando avevo solo 4 anni mi citava sempre Dante “Bimba, lastricata di buoni propositi è la via dell’inferno”. Poi uno si chiede da dove ho preso tutto il mio ottimismo e l’autoironia…)

Quanti di voi, come me, si sono messi a scrivere bene i primi impegni dell’anno, con tanto di calendario già pieno verso la fine di aprile.. che quasi quasi controlliamo pure i ponti e le feste, così uno si organizza per tempo. (E qui le mie amiche, in coro, mi direbbero di farla finita di pensare al capodanno del 2014, che è presto ancora per decidere..)

Si parla di Tempo, di non averme mai abbastanza, di perderlo e disperderlo, di averne bisogno almeno del doppio per riuscire a fare tutto. Di non averne per noi stessi, di non poterci prendere del tempo e darci priorità per dedicarci alla creatività, alla lettura, alle passeggiate, al thé con le amiche, al cinema, alla fotografia, alla bicicletta.. alla moto,… Siamo sommersi di lavoro, sia in ufficio che a casa, dalla famiglia, dai figli, dalla spesa, da…. Mi chiedo allora:

non abbiamo tempo perché il mondo crudele non ce ne dà abbastanza, o siano noi che potremmo trovare modi diversi di organizzarci rispetto ad oggi?

Abbiamo tentato di cambiare il modo di gestire ed incastrare tutto il nostro da fare?

Vi passo due sistemi. Il primo (di cui ringrazio Rosario Rizzo) che sto ancora sperimentando e scoprendo, è decisamente per i più smanettoni, per i tecnologici. Mi riferisco ad Evernote: scaricabile come apps sia sul phone che sul pc. Vi consente, (a voi che siete sempre in giro e lontano dalla scrivania, che a volte scordate l’agenda in auto, a casa, in ufficio, nell’altra borsa..) di avere tutto a portata di mano. Non solo il calendario, ma anche di catturare pezzi di articoli, idee, memo, e.. di registrarvi i nomi delle persone che avete appena incontrato con tanto di fotografia!

L’altro più.. homemade. (per quelli che come me ancora amano l’agenda, la carta, i colori e sono principalmente visivi, amanti delle liste ma anche dei disegni immediati)

Ultimamente infatti grazie alla tabella urgenza/importanza e grazie ad un’amica design, sto creando e progettando, una tabella/calendario da tavolo che possa darci una mano ad organizzarci diversamente da come facciamo oggi. La uso da 3 mesi circa e per me, libera professionista, imprenditrice di me stessa, funziona.

Mancano all’immagine che condivido alcuni elementi, che inserirò non appena completati. Intanto..Tabella_01_Importanza_Urgenza_2013

…quello che vi suggerisco è di stampare questa tabella su foglio A4 (se scrivete bene e piccolo) oppure su un A3 e di metterla sul tavolo dove lavorate, con a disposizione post-it, o pennarelli colorati (rosso, verde, arancio e grigio).

In agenda guardate tutto quello che dovete fare oggi ed in questa settimana. Riportate con i pennarelli colorati o con i post-it le attività da fare per quadrante e disponete tutto a seconda della priorità che gli assegnate. inserite anche un orario.

Non avete idea della meraviglia nel depennare o eliminare l’attività appena svolta. E’ correre incontro alla leggerezza!

Provate anche ad inserire la partita di calcetto, o il corso di yoga o la piscina o la palestra tre le cose da fare e con un orario preciso. Mettete le vostre priorità che rendono la vostra vita più ricca, facendovi uscire dal flusso costante in cui siamo immersi. Dedicate del TEMPO a ciò che siete e che vi piace fare. Anche il vostro lavoro ne godrà. Non è tempo perso. Il tempo per noi stessi, non può essere tempo perso. Sarebbe come dire che ..noi siamo tempo perso.

L’impegno in quel che facciamo, da imprenditori, operai, dirigenti, babbi, mamme, manager, casalinghe, tirocinanti, studenti, ..ce lo mettiamo. E delle priorità che ci priorizzano ce le meritiamo.

Che ne pensate dei due sistemi?